PROCESSO ALIBERTI: IL CONFINE LABILE TRA GIORNALISMO E OPINIONE, TRA VERITÀ E SPETTACOLARIZZAZIONE

letto 560 volte
img-20190121-wa0000.jpg

È difficile per chiunque non esprimere un giudizio, un proprio punto di vista. Lo facciamo tutti. Anche inconsapevolmente. È naturale. Ma quando a farlo è un giornalista, che in spregio a tutte le regole deontologiche continua a scrivere di politica pur svolgendo 'attività politica' per un certo schieramento con contratto e retribuzione, diventa impossibile non storcere il naso e porsi qualche domanda sull'attendibilità dei suoi scritti. Ancor di più se parliamo di un giornalista chiamato a testimoniare in un processo e a 'giurare' di dire la verità contro un imputato che appartiene ad uno schieramento politico opposto. Questa è solo la premessa. In realtà la nostra riflessione verte sulla figura di Pasquale Aliberti, ex sindaco di Scafati, oggi non più detenuto ma uomo libero con l'unica eccezione di non poter dimorare a Scafati e nei paesi limitrofi, impegnato in un processo molto articolato. Il nuovo dispositivo non vieta altro. Pasquale può andare a bere una birra con un amico, cantare al karaoke a casa di pinco pallo, scrivere le sue emozioni sui social, brindare con sua moglie e i suoi figli a Capodanno, ballare, urlare, anche passare la notte a girare in macchina senza meta con gli amici di sempre e cantare 'certe notti' di Ligabue...si, può farlo. E lo può fare perché è un uomo libero. E lo può fare con la comprensione di tutti perché è un uomo che da mesi viene rimbalzato da un carcere all'altro (Fuorni, Sulmona, di nuovo Fuorni) e costretto al regime degli arresti domiciliari (Roccaraso e Praia a Mare), un uomo che ha combattuto la solitudine e forse con un un mostro molto più aggressivo, un mostro che divora da dentro che si chiama depressione. Perché quando sei rinchiuso fra quattro mura e non puoi viverti gli affetti, la carezza di una moglie, l'abbraccio dei tuoi figli, il dolore si amplifica, dilania, diventa insopportabile. Un dolore ancora forte, ma che grazie alla vicinanza di tanti amici, all'affetto espresso in modi diversi e talvolta alla buona, sta a poco a poco diventando più sopportabile. 

La riflessione e anche la domanda appare dunque sempre più legittima. Ma una persona che ha sofferto e che soffre, che sta affrontando prove difficili, la tensione delle udienze, lo spettro costante del giudizio e del pregiudizio è giusto debba sopportare anche la scure del pettegolezzo, del mistero, che pende sulla sua testa a causa di un certo modo di fare giornalismo? L'imputato, in questa fase così delicata di un processo, non dovrebbe quantomeno essere tutelato, schermato da tutto questo? O almeno protetto, in un momento di grande fragilità sul piano umano. Invece no. È più semplice pensare che la sua auto abbia travalicato i confini possibili, è più facile immaginare che stia cantando a squarciagola con amici del mondo della politica (nulla vieterebbe) e non con amici storici. È più dirompente pubblicare notizie secretate e che mai e poi mai dovrebbero essere nelle mani di un giornalista. Poi come fanno ad averle dovranno spiegarlo a chi di dovere... E quindi chi tutela l'imputato? Chi si fa carico delle sue ferite? Chi decide di non consentire che si operi questa persecuzione, questo continuo stalkeraggio mediatico? Sembrano parole forti, ma tutto ha una ragione. Come definire le azioni di un teste, giornalista, e attivista politico che all'indomani di un interrogatorio dinnanzi ai giudici (che stanno operando con la massima serietà e imparzialità) continua a pubblicare sulla sua pagina fb parole d odio e di violenza contro la persona? Come definire un teste, giornalista e attivista politico che invitata dagli avvocati a spiegare la ratio di certe affermazioni poco riguardose riferite ai coniugi Aliberti risponde con un ghigno di vendetta al posto delle labbra: "Era divertente" . Ecco. Tutto qui il punto. La deriva della disumanità. E intanto... Chi si preoccupa dell'imputato? Chi tutela l'immagine della persona? Ma soprattutto, chi ha cura dell'uomo, del padre e dei suoi incubi ancora presenti, ancora così vivi?