RIFLESSIONI FILOSOFICHE DI GASPARE BASSI SULLE EPIDEMIE DEL PASSATO CONFRONTATE CON L’ATTUALE PANDEMIA

Prof Gaspare Bassi, Primario Chirurgo f.r e Dottore in lettere classiche NIHIL SUB SOLE NOVI “Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, C’è molta amarezza sotto il sole” Qohelet (1,8b-9)
letto 127 volte
1-gaspare-bassi.jpg

I tristi accadimenti della epidemia virale che, come nuovo improvviso flagello, stanno devastando la terra, pur rappresentando una novità dal punto di vista clinico-sociologico ed epidemiologico, ad una attenta osservazione, possono evocare punti di contatto con le epidemie che da sempre hanno colpito l’umanità. Queste analogie, pur nella assoluta differenza dell’elemento storico e dello stato della scienza caratteristici dell’epoca della loro insorgenza, possono essere rilevate sopratutto per quanto attiene ai caratteri sociali, ai risvolti organizzativi, alla reazione dell’umanita’ sgomenta, all’atteggiamento dei governanti, alla posizione assunta della scienza ufficiale. 

Esaminando questi caratteri troviamo dei nessi che addirittura suggeriscono un quadro di attualità rispetto alla presente pandemia.

Cercherò di trarre degli spunti facendo riferimento ai più grandi flagelli che hanno colpito l’uomo dalla descrizione che ce ne hanno lasciato Tucidide nel VI libro della “Guerra del Peloponneso”, Tito Lucrezio Caro nel VI libro del “De Rerum natura”, Boccaccio nel “Decamerone” e soprattutto nei “Promessi Sposi” del Manzoni. La prima descrizione di una delle innumerevoli pestilenze che colpirono l’umanità èerra Promessa”. L’Arca dell’Alleanza era il Santuario mobile di Israele pellegrino nel deserto ed  era lo “sgabello dei piedi del Signore” che scendeva dal cielo per incontrare e seguire il suo popolo. A causa di questo sacrilegio la mano del Signore  colpì per sette mesi i Filistei: i loro intestini imputridivano ed uscivano fuori dal deretano mentre la malattia era messa in relazione con la massiva comparsa di topi. Solo dopo avere restituito agli Israeliti l’Arca, con le  riproduzioni in oro  degli organi colpiti dal male e dei topi responsabili dell’epidemia, i Filistei furono liberati dalla malattia. Forse questo è il primo esempio di peste bubbonica il cui  agente trasmettitore fu individuato poi nelle pulci ospitate dai topi. Il bacillo responsabile fu poi scoperto da Yersin nel 1894. E’ la stessa peste che nel 430 a.C. colpì Atene e che nel ‘600 fu descritta da Manzoni. 

LA PESTE di ATENE

 Siamo nel V secolo a.C: in Europa la peste fece il suo ingresso con l’armata persiana che si era contagiata in Egitto prima di raggiungere la Grecia. Ippocrate fu invitato a recarsi in Asia Minore per porre rimedio al flagello, ma non volle aiutare i nemici della patria. Forse avrebbe fatto bene ad accettare l’invito di Artaserse perché nel 430 a.C. Atene ne fu devastata. Anche in questo caso la diagnosi di peste è dubbia perché  molti dei sintomi descritti non sono ascrivibili al quadro clinico della peste bubbonica. Scrive Tucidide: ”Improvvisamente comparivano vampate di calore alla testa. La gola e la lingua, di colore sanguigno, emanavano un fetido odore. Dopo poco, il male scendeva al petto, raggiungeva lo stomaco causando forti dolori e vomito biliare. Il corpo ardeva e gli ammalati non potevano sopportare nemmeno vesti leggere e si gettavano nudi nell’acqua fredda. Le persone morivano abbandonate da tutti e senza conforto dei familiari”

Una importante considerazione di ordine clinico-epidemiologico lega la Peste di Atene alla nostra pandemia. Come oggi anche allora Tucidide notava che ”si trattava di un malanno ben diverso dalle epidemie ordinarie”. Anche l’attuale pandemia si è presentata con caratteri non riportabili ad un quadro clinico in precedenza osservato. 

Nel “De Rerum Natura” Lucrezio descrive sintomi in perfetta analogia con quelli descritti da Tucidide. Anche la pittura ci ha lasciato documentazioni spaventose. Di Pieter Bruegel il Vecchio (1562) abbiamo una tremenda descrizione nel “Trionfo della Morte” dove si raffigura il flagello che nel Medioevo non risparmia nessuno, nemmeno il paesaggio.

Anche il morbo della peste che esplose a Napoli nel 1656 descritta dal pittore cronista Micco Spadaro ci fornisce elementi utili di parallelo. 

INCREDULITA e SOTTOVALUTAZIONE

Ogni esordio di un’epidemia è stata sempre accompagnata da un clima di incredulità, quasi che gli uomini volessero allontanare da sé il pericolo imminente, vagamente percepito, ma non ancora chiaramente oggettivato. E’ una sensazione dell’inconscio che rappresenta una sorta di difesa psicologica ed auspicio che tutto quanto sta per accadere è solo frutto di pregiudizio e di errori di valutazione. Questa sensazione ci ha inizialmente colpiti ai nostri giorni, fiduciosi e speranzosi come eravamo, che il progresso della scienza non avrebbe potuto mai comportare per noi  quelle perdite  e sofferenze dimostratesi poi eccezionali. Le istituzioni all’inizio non hanno valutato la estrema gravità della situazione anche a causa dell’improvviso manifestarsi della stessa con numeri e gravità di casi mai prima verificatisi che hanno messo in grave crisi le strutture sanitarie, peraltro spesso vere eccellenze, di comprovata efficienza. 

E’ mancata quindi una direttiva unica e precisa riguardo le disposizioni da attuare con una pluralità di esperti, ognuno dei quali esprimeva le sue considerazioni e previsioni, accompagnati da una miriade di parolai che, convocati nelle varie televisioni, si esibivano  oltre ogni pudore in giudizi e considerazione senza avere la minima competenza del problema

I politici anch’essi sono precipitati nella grande confusione sparlando in gran numero a titolo personale senza un coordinamento univoco. Il fenomeno all’inizio è stato francamente sottovalutato. Ne sono riprova la tardiva messa in opera delle modalità di contenimento che è stata differentemente interpretata in ogni singola regione con risultati drammatici per alcune, e senza un coordinamento centrale ed univoco. Si è sentito ripetere da alcuni “cosiddetti luminari della virologia” che eravamo di fronte ad una epidemia influenzale un po’ più seria del solito per cui non era necessario chiudere le città mentre la tv mostrava personaggi della politica brindare allo scampato pericolo salvo essere dopo pochi giorni travolti dalla notizia che le terapie intensive  scoppiavano per l’arrivo imprevisto di migliaia di ammalati in gravissime condizioni con un conseguente elenco impressionante di decessi. E i politici si sono ricordati solo allora di aver assestato alla sanità, negli anni precedenti, un colpo mortale chiudendo ospedali, riducendo servizi, annullando concorsi. Il tutto per far tornare i conti della loro miope gestione, azzerando quasi i fondi per la ricerca che in questo momento era chiamata al massimo sforzo. E la smettano di chiamare eroi i medici ed il personale sanitario che hanno pagato a carissimo prezzo il loro eccezionale impegno professionale. Quando la “grande paura” è venuta scemando subito sono stati dimenticati, dopo essere stati talora costretti  a proteggersi con presidi improvvisati fino alla umiliazione di indossare sacchetti usati per la spazzatura per essere poi gratificati e ricompensati con poche decine di euro. 

Vergogna!.  Quando il virus già circolava da giorni le ‘autorità’ hanno autorizzato lo svolgimento a Milano della partita di calcio dell’Atalanta col Valencia: Errore imperdonabile.Tra decine di migliaia di persone in una commistione tra bergamaschi e spagnoli il virus ha certamente dilagato creando le premesse per l’esplosione senza più controllo dell’epidemia. 

Bisogna dire che la scienza purtroppo si è fatta trovare impreparata, anche se messaggi non tranquillizzanti erano giunti da tempo. La Diagnosi è stata fatta con ritardo e la scoperta che non era disponibile alcun vaccino nè un farmaco risolutore ha creato sgomento. Si scopriva pure che le terapie intensive, punto di approdo ultimo di ammalati gravi sempre più numerosi, non erano sufficienti per numero e personale e così i respiratori in dotazione. La Scienza, almeno all’inizio, travolta dalla violenza della malattia, ha fallito.

Gli specialisti hanno finito per contendersi la scena fornendo dati e soluzione non sempre tra loro concordanti, se non addirittura discordanti in alcuni casi, rappresentando una ulteriore causa di disorientamento. Alcuni virologi sono improvvisamente apparsi sulla scena televisiva, passando disinvoltamente da una trasmissione  all’altra, a predicare le loro divergenti visioni del problema, assumendo il ruolo di “opinionisti”. Il più delle volte sono diventati confezionatori di luoghi comuni, sostenuti da una certa saccenteria che finiva per trasformare le loro opinioni opinabili in verità acclarate. Ne è derivato un messaggio di incertezza. 

E’ lo stesso atteggiamento di insicurezza che Lucrezio Caro riporta nel ”De Rerum Natura” ai vv1179 del VI libro dove scrive ”mussabat  tacito medicina timore”: la medicina è disorientata, balbetta perché non ha argomenti validi e Lucrezio con “Tacito” rivela anche che la malattia non si svelata, è circondata da un conturbante mistero. 

Ritornando a noi, subito dopo c’è stata una impennata dell’orgoglio scientifico: ma sono stati questa volta i clinici, i quali. mentre i virologi litigavano tra loro, hanno tradotto in pratica i frutti della loro esperienza e da subito hanno proposto, alla luce di una consumata conoscenza dell’ammalato, proposte terapeutiche che hanno fornito alla terapia armi importanti di difesa. 

C’è da dire inoltre che una sottovalutazione iniziale del problema inaugura solitamente ogni evento epidemico, causando una serie di gravi errori strategici. Ne abbiamo una chiara rappresentazione nei Promessi Sposi. 

Va detto che le grandi epidemie sono precedute in genere da periodi di grossa incertezza e tensione sociale: nell’antichità spesso carestie, ai nostri giorni difficoltà e  crisi economiche. La prima preoccupazione per l’uomo che sente avvicinarsi il pericolo è quella di procurarsi, per la famiglia i beni di sussistenza soprattutto alimentari. Il che psicologicamente gli garantisce una illusoria tranquillità che è peraltro del tutto temporanea. 

Nella Milano manzoniana prima che la peste entrasse con “le bande alemanne” c’erano stati dei rimostranze popolari, a causa della scarsezza del pane determinata dal calmiere sui dazi, culminate nell’attacco al Forno delle Grucce. Don Gonzalo con una serie di grida aveva cercato di mettere pace, ma il bisogno aveva innescato la violenza. Analogamente da noi appena ha cominciato a circolare la convinzione che il sospetto si era tramutato in realtà è iniziato un assalto ai super market con episodi di violenza da parte di persone in crisi di panico ma, all’inizio, sprovvisti di mascherina e non osservanti un necessario, ma ancora non imposto, distanziamento personale. 

A Milano c’era stata una precedente peste nel 1576 detta ”Peste di San Carlo” così chiamata per l’impegno caritatevole del cardinale Carlo Borromeo.  Nel 1629 (anno della comparsa della peste a Milano) il Protofisico Lodovico Settala, medico primario e protomedico di tutto il ducato, ”un paragone di dottrina”, con l’esperienza che gli veniva  dall’aver vissuto quella precedente peste, alla notizia dei nuovi ammalati “era in gran sospetto”. Il tribunale della Sanità inviò un medico e due commissari a Como per rendersi conto della situazione; ma costoro ”per ignoranza o per altro” si lasciarono persuadere da un’ignorante “barberio” che “quella sorte di mali non era peste” ma dovuta “alle consuete emanazioni autunnali delle paludi”- Ma siccome arrivavano notizie di molti morti fu inviato il Tadino, un medico in auge autore di un “Ragguaglio” sullo stato della malattia e col compito di provvedere a risolvere il problema, con alcuni ispettori; ma “il male s’era già dilatato”. Essi trovarono paesi chiusi da cancelli e tante creature “selvatiche che portavano in mano, chi l’erba menta, chi la ruta, chi il rosmarino, chi un’ampolla di aceto. Ma il numero dei morti risultò considerevole e tutti avevano “le marche” della pestilenza. 

In occasione della nostra epidemia  il ricorso a sostanze medicamentose veicolate da liquidi o comunque a prodotti igienizzanti è stato il primo presidio ricercato per tener lontano il contagio. La stessa cosa avveniva ai tempi del Manzoni anche se al momento non esistevano i presidi della medicina attuale (vedi la disperata ricerca dell’Amuchina). 

La stessa cosa avveniva ai tempi del Manzoni anche se allora non esistevano le risorse della medicina attuale e le persone si affidavano a tutto ciò che all’epoca aveva fama di proteggere dalla pestilenza. 

Tadino comunicò la situazione al Tribunale della Sanità da cui ricevette l’ordine di “prescrivere BULLETTE” per chiudere fuori della città le persone provenienti dal contagio. Siamo al 30 ottobre. Per il nuovo governatore Ambrogio Spinola i pensieri della guerra erano più pressanti che la situazione medica ”se belli graviores esse curas”. E, “come se non gli fosse stato parlato di nulla”, emana  una grida con la quale indice pubbliche feste per la nascita del principe Carlo, primogenito del re  di Spagna Filippo IV. Le grida e le bullette evocano le varie  ordinanze e disposizioni della pandemia attuale, oltre trecento, presentate iterativamente da governatori  regionali, sindaci, protezione civile, consiglio dei tecnici; tutte istituzioni ognuna agente isolatamente senza alcun coordinamento con la conseguenza di confondere e allarmare il povero cittadino disorientato in merito ai comportamenti da attuare. Altra somiglianza: la chiusura dei Paesi proposta dal Tadino, non ha forse somiglianza coi provvedimenti presi al nostro tempo allo scopo di contenere il contagio  come la chiusura di intere città e l’istituzione delle zone rosse? 

Un altro problema che ha angustiato i nostri virologi è stato quello di individuare il paziente zero: ricerca di massima utilità se avviene al primitivo sorgere dell’epidemia in quanto consente di bloccare la progressione del virus, ma di valore solo virtuale ed epidemiologico se ricercato quando il contagio dalla Cina, attraverso un paziente tedesco, èra già piombato in Italia dove aveva circolato liberamente per almeno un mese  all’insaputa di tutti. 

Niente di nuovo anche in ciò.  Anche nella peste di Milano Tadino e Ripamonti (altro clinico milanese) vollero ”notare” il nome di chi ce la portò per primo. I due sostennero che fu un soldato italiano al servizio della Spagna  che appena arrivato (novembre 1629) si ammalò, fu portato all’ospedale dove gli si scoprì un bubbone sotto l’ascella e il quarto giorno morì. Contemporaneamente ci fu una fuga di ammalati da lazzaretto per evitare, come era prescritto,  la confisca e la distruzione dei loro beni comprese le case. Come nel corso dell’attuale epidemia sono stati riscontrati chiare manifestazione di dissenso anche violente nei riguardi dei politici; pure allora capitò che il proto-fisico Settala, chiaro per fama, mentre andava in bussola a visitare i suoi ammalati, fu “oggetto di insulti“ dalla gente che gli  gridavano ”di esser lui il capo di coloro che volevano ci fosse la peste”. 

Nell’assistenza praticata agli ammalati di oggi un ruolo fondamentale hanno avuto i Volontari e gli uomini del Clero che con eroica abnegazione hanno esposto le loro vite al rischio del contagio per assolvere a un sentito dovere sociale.  All’epoca del Manzoni le Autorità, ”non sapendo dove battere il capo”, pensarono rivolgersi ai Cappuccini guidati da Padre Felice Casati ,”uomo d’età matura” che godeva di fama di carità e di attività che in seguito fece vedere ben meritata. 

Dai Promessi sposi abbiamo mutuato termini che comunemente abbiamo usato nel corso della moderna pandemia; ad esempio Untori e Monatti. Col primo nome in origine erano chiamati quei personaggi che alcuni credettero di vedere mentre ungevano nel duomo una panca. Contemporaneamente altre persone riferirono di aver visto le porte delle case e le mura imbrattate da una sudiceria giallognola che vi era stata sparsa con delle spugne. Ma si fecero interrogatori e non si trovò nessuno. Gli apparitori precedevano i carri che trasportavano i cadaveri avvertendo col suono di un campanello l’arrivo dei Monatti. Costoro, arruolati nella Svizzera (il nome tedesco  significa “stipendiato per mese”) erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi come prelevare i cadaveri dalle case, portarli alle fosse, e trasferire i contagiati al lazzaretto. Di fronte ai numerosi esempi di carita’ i monatti rappresentarono invece esempi di truce perversità. 

E la storia si ripete sempre costellata da analoghe superficialità e sottostimazioni.

Quando nel 1656 esplode a Napoli la Grande Peste le Autorità non si preoccuparono affatto di correre tempestivamente  ai ripari. Anche qui come era accaduto a Milano il Vicerè Garcia de Avellaneda, conte di Castrillo, temeva che riconoscere lo stato di epidemia significasse venir meno agli aiuti militari al re di Spagna impegnato a Milano in guerra contro gli odiati Francesi. Dalla Sardegna approdò a Napoli la nave destinata a portare la grande epidemia in città. Il morbo si diffuse dal Lavinaio a ridosso di Piazza Mercato, dove abitava la famiglia di un marinaio sbarcato col contagio. 

Costui fu ricoverato all’Ospedale dell’Annunziata e ricevette le prime cure da un medico coraggioso Giovanni Bozzuto, al quale bastarono pochi minuti per capire che si trovava di fronte a un appestato. Ma il suo allarme rimase inascoltato. Anzi egli fu messo a tacere e sbattuto in galera alla Vicaria con l’accusa di aver diffuso notizie false. Non fu disposto un cordone sanitario, principalmente per ignavia e cattiva fede, ma anche giocò un ruolo importante il malanimo delle Autorità spagnole nei confronti dei cittadini accusati di aver partecipato sole nove anni prima alla rivolta di Masaniello. 

Dopo aver consultato la baronia medica il conte di Castrillo fece sapere che l’infezione era dovuta a ”porci ed animali immondi” per cui emanò un bando che costrinse “tutti i padroni di detti porci a chiudere gli animali nelle abitazioni.” Il canonico e scrittore Carlo Celano, testimone di quegli eventi scrive: ”Non vi  era più  luogo per seppellire, né chi seppellire. Videro questi miei occhi la strada di Toledo così lastricata di cadaveri, che qualche carrozza non poteva camminare se non sopra carne battezzata”. Intanto processioni e penitenze pubbliche moltiplicarono le occasioni di contagio. Analoghe scene furono descritte pure dallo storico Salvatore de Renzi (Napoli nell’anno 1656). I granai di piazza Mercato divennero la fossa comune della città; vi furono accatastate circa 47.000 vittime. Un celebre dipinto di Micco Spadaro (alias Domenico Gargiulo) chiamato ”Piazza Mercatello a Napoli durante la peste”, custodito nel Museo nazionale di S. Martino, ritrae l’attuale piazza Dante affollata di corpi nei giorni terribili di quella emergenza immortalando uno dei momenti più tragici della vita cittadina.  Non riuscendo a fermare l’epidemia il vicerè mise in giro la voce che a portare il flagello a Napoli fossero state delle ”polverine velenose” (ritornano gli untori manzoniani) portate dai francesi e sparse un po’ dappertutto, dalle acquasantiere ai cibi (Antonio Ghirelli Storia di Napoli). Su un totale di 450.000 abitanti ben 240.000 persero la vita. Anche Mattia Preti ci ha lasciato un’opera splendida sulla peste del ‘600. 

Anche l’epidemia di colera che investì Napoli nel 1884 presenta dunque qualche elemento di analogia. Matilde Serao nel “Ventre di Napoli” ce ne fornisce una chiara testimonianza “I Napoletani rispondono alla morte con pratiche che sconfinano nel paganesimo e nella pratica di riti occulti”. ”Nella commistione tra processioni e gioco del lotto il popolo cerca di esorcizzare il flagello”. 

La tragedia di questa nostra, attuale, epidemia non ci ha risparmiato spettacoli a dir poco sconvolgenti. Abbiamo assistito, allibiti, alla tragedia di migliaia di persone che, proiettate improvvisamente in strutture cliniche di emergenza alla disperata ricerca di sopravvivenza, hanno trascorso i loro ultimi momenti in una solitudine impressionante. Lontani ai loro affetti, senza una parola di conforto, senza un abbraccio e senza alcun conforto religioso. Queste tragedie si sono materializzate in immagini che i media hanno diffuso e che si sono stampate prepotentemente nel nostro cuore. Abbiamo visto migliaia di bare accolte squallidamente in ogni luogo possibile, avviate ad una impersonale e talora non richiesta cremazione. Una triste processione di automezzi militari in piena notte. Abbiamo poi visto con orrore le fosse comuni negli Stati Uniti, spettacolo orrendo che ci hanno fatto indietreggiare di secoli e che non avevamo mai pensato che dovessero riproporsi nella cosiddetta civiltà moderna. Questi spettacoli ci trasportano in assonanza col pensiero all’800

Siamo nel 1807, Napoleone ha promulgato l’Editto di Saint Cloud con cui si stabiliva che le sepolture non dovessero più avvenire nelle chiese ma in cimiteri comuni fuori città e che eventuali lapidi dovessero essere tutte uguali con epitaffi sottoposti alla revisione dei magistrati. Il Foscolo ne “I Sepolcri”, opera dedicata ad Ippolito Pindemonte, che aveva già affrontato il problema, propose con veemenza l’utilità delle tombe. Egli vide nell’Editto, dettato invero  da ragioni igieniche ed egualitarie, il segno di una mentalità materialistica negatrice di ogni più intima e spirituale esigenza dell’uomo. Meditando sul problema il poeta discute sull’utilità dei sepolcri che, mentre non danno certamente nulla al defunto, creano invece nei viventi l’illusione che in qualche modo il defunto sopravviva nel loro affettuoso ricordo, anche concretamente. 

Il grande poeta Parini fu inumato secondo la nuova procedura senza il conforto di poter avere una singola tomba insieme a tanti anonimi sventurati. Foscolo si immagina che la Musa Talia, venerata in vita dal Parini, che le dedicava le sue poesie scritte all’ombra di un Lauro piantato nel giardino della sua casa, vada alla ricerca del poeta tra tanti cadaveri. ”A lui non ombre pose/tra le sue mura la città, lasciva/ d’evirati cantori allettatrice/non pietra non parola”(come è successo ai nostri sventurati concittadini). E ad enfatizzare l’orrore ”forse l’ossa col mozzo capo gli insanguina il ladro/…e  senti raspar tra le macerie e i bronchi/ la derelitta cagna ramingando/su le fosse, e famelica ululando/...e uscìr dal teschio ove fuggia la luna..e l’upupa a svolazzar su per le croci”. Sono parole sconvolgenti che potrebbero anticipare stati d’animo riportabili al dramma odierno. 

Nel novero delle descrizioni sulle epidemie non possiamo non ricordare “La Peste” di Albert Camus del 1947 in cui virtualmente, ma con dovizia di particolari, l’Autore descrive una epidemia sviluppatasi  in un anno imprecisato ad Orano.

Tutti gli elementi caratterizzanti ogni pestilenza sono riportati con molta cura: la comparsa di ratti che inaugurano la scena, il passaggio brusco dalla vita normale all’esplosione della malattia con il seguito di sbigottimento ed angoscia, il sospetto di essere i propagatori della malattia attribuito a due medici generosi, l’ordine partito da Parigi di isolare la città con un cordone sanitario. ìl reperimento di nuovi siti dove vengono scavate le fosse comuni, il consiglio di ricorrere a frequenti abluzioni a scopo profilattico. 

La sperimentazione coraggiosa di un antidoto, prima inefficace, ma in seguito rivelatasi utile contribuì, insieme alla scomparsa dei ratti, alla risoluzione della pestilenza. Infine la gioia e la festa quando il cordone sanitario viene rimosso. Sembra di essere ai giorni nostri. Mi piace riportare una frase attribuita al medico Bernard Rieux che lotta contro la pestilenza per tutta il romanzo: ”In mezzo ai flagelli si impara che negli uomini ci sono più cose da ammirare che da disprezzare” 

RIFLESSIONI

1) L’eccezionale numero dei morti ha interessato soprattutto gli “anziani” spesso abbandonati dai familiari e dalle istituzioni nelle cosiddette case di riposo. La loro sconvolgente solitudine, resa oltremodo orrida nel momento della loro morte avvenuta senza il minimo conforto delle persone care e senza nemmeno un conforto religioso, ci fa adesso versare lacrime di coccodrillo alla ricerca di responsabilità che sono sempre degli altri. Nihil novi: Catone nel III capitolo del suo “De re rustica” consigliava di vendere con i vecchi ciarpami, i servi vecchi e quelli ammalati”. Già molto tempo prima Giobbe (19,13-17) aveva levato alto il grido di protesta di chi è rimasto solo (Qohelet “Guai a chi è solo”): ”I miei fratelli stanno lontano da me, i miei conoscenti si sono fatti estranei, sono scomparsi i miei vicini, i miei familiari mi ignorano, un intruso sono diventato ai loro occhi. 

Un’altra notizia sconvolgente si è diffusa nel corso dell’epidemia. Visto l’esagerato afflusso dei pazienti gravi nelle terapie intensiva ormai senza possibilità di accoglienza si sarebbe deciso di garantire le cure solo a chi poteva avere speranza di successo terapeutico. Un messaggio falso, grave, contrario alla nostra deontologia di medici e prontamente smentito con sdegno dai nostri eccezionali rianimatori: Ma idee del genere erano già serpeggiate nel passato anche se qualche sprovveduto d’oltralpe le ha caldeggiate oggi. Nei secoli passati generalmente lo spirito che animava queste cure per gli infermi era prettamente finalistico ed utilitario come dimostrano lo scopo di lucro e le parole di Platone che consigliava di ospedalizzare solo coloro che potessero offrire qualche speranza di guarigione. Ma bisogna dire che, nonostante tutto ciò è come oggi, il concetto più umano dell’amore del medico verso il prossimo sofferente per fortuna ha finito sempre per prevalere. 

2) La storia è piena di accuse che sono sempre state rivolte ai medici per vari motivi in corso di epidemia. Nei Promessi sposi il Manzoni ci riferisce che l’odio principale cadeva sui due medici (Settala e Tadino) “i quali non potevano attraversa le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non erano lanci di sassi”. Nel nostro caso all’inizio del flagello il Presidente del Consiglio Conte, brancolando nel buio,  e non sapendo a chi santo votarsi, non trovava di meglio che accusare i medici di Codogno di imperizia e imprudenza per non aver riconosciuto il virus e quindi aver diffuso il contagio. Il nostro buon avvocato non potrà mai capire quello che avviene in un Ospedale quando, all’improvviso, e senza nessun preallarme, vengono scaricate in Pronto Soccorso, non  dotato di strutture, mezzi e personale sufficienti ed idonei, decine e decine di malati, la maggior parte gravissimi necessari di rianimazione. Dovrebbe in nostro ricordare con vergogna che oltre 160 medici e 70 tra infermieri e parasanitari sono caduti sul posto di lavoro a causa del contagio esclusivamente perché il suo governo non e stato capace in tre mesi di rifornirli di mascherine  e di tutti i presidi necessari a garantire la loro incolumità: Mentre lui si produceva in continui annunci, con uno stucchevole esibizionismo, il nostro personale sanitario combatteva inerme e inascoltato col terribile nemico, talora purtroppo con sacrificio della vita. 

La Religione ha sempre avuto un ruolo determinante nelle epidemie. Alcuni dotti dell’epoca vedevano la ragione dei guai in una cometa apparsa nel 1628 e in una congiunzione di Saturno con Giove, altri nei soliti “miasmi”. Ma fu per la credenza popolare che la pestilenza fosse dovuta alla punizione di Dio per i peccati dell’uomo che si organizzarono Processioni di Santi protettori, Messe, confessioni pubbliche dei propri peccati. Il Cardinale Federigo in un primo momento si rifiutò di portare in processione solenne il corpo di S. Carlo temendo che essa potesse favorire il contagio. Ma in seguito, dilagando il male (la popolazione del lazzaretto era salita a 18.000), acconsentì. 

Accanto a esempi di carità non mancarono quelli di perversità. Oltre agli sciagurati monatti che, portando un campanello attaccato ai piedi, facevano razzia nelle case dagli appestati, si manifestò l’atteggiamento di paura nutrito dai parenti verso i consanguinei appestati, nel tentativo di sfuggire al male.  Crebbero inoltre i casi di pazzia ed i comportamenti abnormi: ”uomini ragguardevoli senza cappa né mantello per il timore di toccare zone infette, barbe lunghe ed arruffate le capigliature”. I barbieri erano diventati sospetti. Anche noi senza che i barbieri siano stati messi alla gogna abbiamo subito, ovviamente in maniera solo superficiale e non paragonabile, la crescita oltre misura della nostra capigliatura. Una serie di persone infine, non credendo possibile un aiuto della Divinità si chiusero in un mutismo ed abbandono in attesa che il morbo li colpisse. Questa sfiducia nella divinità ci ricorda il “desine fata deum flecti sperare precando” che la Sibilla rivolge a Palinuro che dall’Averno chiede ad Enea una impossibile sepoltura (Eneide 6° libro). 

Anche le parole isolamento, quarantena, contumacia, ordinanza le troviamo ovviamente con sfumature diverse in tutte le epidemie. Tra le più antiche ricordo quelle emanate tra il 1371 e il 1734 da Bernabò Visconti a Milano, secondo la quale in tempo di pestilenza gli ammalati dovevano essere cacciati dalla città e trovare ricetto nelle campagne e nei boschi circostanti dove dovevano rimanere fino alla guarigione o alla morte mentre le loro case e le loro suppellettili dovevano essere distrutte. Leggi non meno crudeli isolavano dal consorzio umano i lebbrosi condannati alla cosiddetta morte civile. In vista del loro sicuro obitus veniva anticipata, quando erano ancora in vita, la cerimonia dell’interramento consistente nell’aspersione del suo capo di terra cimiteriale, un atto simbolico rappresentante il  futuro seppellimento. 

In alcune città in epoca medioevale alla notizia di un focolaio di peste si adottavano spesso delle precauzioni. Si richiedevano i certificati di sanità ai forestieri che entravano nella città che dovevano recare i connotati del possessore (nome, cognome, età) ed essere validati da dichiarazione autentica da cui doveva evincersi che la città di provenienza non era sospettata di peste. Tutte le manifestazioni e negozi che prevedevano agglomerato di gente venivano sospesi. Ispettori di sanità con poteri assoluti avevano l’obbligo di controllare che l’ordine dei Magistrati venissero rispettati. Ai confini di stato venivano posti i ”cordoni sanitari e sentinelle”. Per i contravventori erano pronte le forche senza bisogno di giudizio dei Tribunali. Una legislazione sanitaria antesignana fu quella sancita dalla Repubblica di Venezia fin dal 1374: proibizione dell’approdo a uomini e merci provenienti da zone sospette. Tre anni dopo la Repubblica di Ragusa in Dalmazia istituiva lontano dall’approdo, in un’isola di fronte alla città, un luogo dove le persone e le merci dovevano trascorrere un periodo di trenta giorni prima di essere ammesse nell’abitato. I trenta giorni divennero ben presto quaranta ed in tal modo ebbe origine la quarantena. Quindi nihil sub sole novi. Noi pure abbiamo avuto più di trecento decreti con 260 superperiti che in maniera talora confusionale ci hanno portato a modi di vita che qualche lontano richiamo possono evocare. 

Originale fu l’isolamento messo in atto dalle sette donzelle e i  tre giovanotti che si allontanarono da Firenze in occasione della peste del 1347 descritta dal Boccaccio nel Decamerone. Mentre il mondo intorno a loro crollava questi personaggi fantasticavano nelle loro novelle sui piaceri della vita e sulle possibilità di una nuova società. Essi avevano, come era dell’epoca, un concetto assai limitato della profilassi non osservando alcuna ”distanza” e vivendo in un continuo “assembramento”.

Anche il divieto di baciarsi raccomandato in maniera categorica nel corso dell’epidemia da coronavirus può avere un rimando al passato. L’imperatore Tiberio, pur non facendo riferimento ad alcuna epidemia, con un editto proibì di salutarsi col bacio (Svetonio Vita Tiberio XXXIV “Cotidiana oscula edicto prohibui. 

3) Lo Scaricabarile, l’indifferenza e il ricorso all’alibi per sottrarsi ad un impegno personale non è stato mai così meticolosamente praticato come nella gestione della nostra epidemia. Le responsabilità, le decisioni si sono sempre palleggiate tra ministeri, Protezione civile, Regioni, Comuni ecc. col risultato di ingenerare un clima di incertezze e di scoramento. Prendiamo l’esempio dei presidi sanitari. Le mitiche mascherine non arrivano? il Commissario non c’entra, è colpa degli speculatori. Anzi è colpa del decreto governativo. Così per quanto riguarda i reagenti per tamponi che nel mondo sono scarsissimi. L’annunciata app non arriva?  E’ colpa dei problemi di sicurezza e della privacy. In questa Canzonissima dello Scaricabarile mi viene in mente una parabola popolare che ho letto da qualche parte: ”Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno: C’era un lavoro urgente da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare” E’ sempre vera l’ironia di Oscar Wilde ”Il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri”. 

In ogni evento epidemico si sono sempre registrati atteggiamenti strani ed incomprensibili da parte soprattutto dei responsabili della salute pubblica sfociando in disposizioni che configgono con il buon senso. E’ sempre la paura, unita all’apparire del morbo come evento misterioso che non si sa come efficacemente contrastare, che giustificano queste procedure. Ad esempio nell’epidemia detta Spagnola, che dal 1917 al 1918 causò venti milioni di morti in tutto il mondo, Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio all’epoca, vietò il suono delle campane a morto e proibì nelle città di affiggere necrologi ai muri. 

Un’ultima considerazione. Dando uno sguardo alla epidemiologia dei flagelli che hanno attraversato la storia ci accorgiamo che tutte le malattie, dopo aver devastato il mondo, a distanza di tempo variabile, dopo un decremento sono improvvisamente scomparse, salvo a ripresentarsi, ma mai in tempo breve, e generalmente dopo secoli. Ma esse sono state seguite sempre da una orgogliosa volontà da parte dell’uomo di rinascere e ricostruire. E’ un sentito auspicio dopo tanti dolori affinchè possa sorgere una nuova alba radiosa per tutta l’umanità.

Nihil sub sole novi