SALVINI E IL SELFIE CON IL FIGLIO DEL BOSS DI SCAFATI

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Sembrerebbe un selfie come tutti gli altri (vedi foto in alto del quotidiano Metropolis), la solita foto di rito dopo un comizio pubblico. E invece quella diventata orma virale, ritrae il leader della Lega insieme a “Michele” Matrone, figlio del boss, meglio noto come Franchino Matrone, detto “A belva”, ex latitante arrestato nel 2012 ad Acerno.

Dopo gli scatti discutibili in Puglia e Calabria, anche Vignola in provincia di Modena, Salvini ci ricasca.

IL POST

Con il mio amico Matteo", questa  la didascalia del post pubblicato da Matrone, un post che ha incassato i like di alcuni consiglieri comunali di Scafati e di tanti altri cittadini. Immediata la reazione dell’ex sindaco Pasquale Aliberti e il parallelo con una situazione analoga di qualche tempo fa.

Quando ti ho visto in foto, ad un raduno della Lega, in un selfie, a prendere un caffè con Michele Antonio Matrone, con precedenti penali, figlio del più pericoloso boss di Scafati e dell’Agro, ho tremato io per te, per la strumentalizzazione che avrebbero messo in campo, così come, pur di farmi apparire vicino al clan, fotografarono in prima pagina mio fratello titolando: “il fratello del sindaco sulla barca del figlio del boss”, Era solo una barca che somigliava”.

E’ legittimo pensare, infatti, che il leader della Lega non conosca il suo “amico di selfie” e che sia talmente abituato a mettersi in posa con i suoi militanti e simpatizzanti, da non farsi troppe domande. Se sia un suo caro amico o un conoscente non lo sapremo di certo. Ma si sa, i media possono essere lente di ingrandimento e al contempo distorcere la realtà. Il buon giornalismo dovrebbe attenersi alla verità, ai fatti, ma non è sempre così e, talvolta, quello che appare, non è. Per fotuna esiste l’etica e il codice deontologico in grado di fare la differenza.

Aliberti chiude il suo lungo post diretto a Salvini con una frase significativa. “Ti scrivo perché sono certo che nella tua agenda politica vengono prima gli italiani, magari anche prima degli immigrati, ma soprattutto prima di quella montagna di merda che si chiama camorra