“LA FRAGILITÀ DEL BENE, IL VIRUS, IL CORAGGIO ed I MORTI VIVENTI”

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Silenziosamente, si è creato uno spaventoso ibrido che unisce vecchie e mai del tutto assopite superbie, a nuove sicurezze, nel 2021 trasformate in dogmi - in neoicone - per molti, assolutamente ipnoticamente seduttive.

I supermen e le wonderwomen si sono moltiplicati ed hanno generato se stessi, riproducendo immagini stantie, eppure popolari e condivise nella comunicazione dei social network.

L’edonismo e l’appagamento estetico, hanno a poco a poco sporcato una certa idea di bellezza che è costruita dall’innesto delle diversità, non dalla coazione a ripetere perfezioni irreali.

Anche l’economia ha seguito l’andazzo: il profitto a tutti i costi, che sembrava uno slogan da vecchi potentati degli anni Cinquanta e Sessanta, si è vilmente trasferito anche tra le nuove forme produttive, trainate dalle tecnologie digitali che, pur di rincorrere guadagni facili, non hanno esitato a riesumare, senza vergogna, forme antiche di sfruttamento di ‘Chi non ha’ e di ‘Chi non può’.

È proprio in questo milieu culturale che parole come amore, amicizia, felicità possono sembrare provocatorie.

E per me, mai come adesso lo sono, perché includono quel seme di rivolta morale che rappresenta l’unico vero antidoto a questa aridità ed a questo sconcertante abbassamento delle nostre difese immunitarie culturali.

Sono cosciente che si tratta di tre nozioni che qualcuno troverà perfino ridicole o patetiche, eppure credo che oggi, più che mai, occorre ritrovare il coraggio di accettare questo rischio pur di dimostrare la nostra estraneità a tale decadenza.
Se poi Amore, diventa l’«amò» declamato da una tronista, l’amicizia quella di Facebook, i ritratti (ritoccati) quelli di Instagram, come si può pretendere che la ricerca della felicità diventi una priorità, oggi che ognuno è solo?
Il futuro diventa un melenso quotidiano in cui tutto, anche la ricerca del dolore e della morte, vanno bene pur di non ascoltare e riflettere sulla propria noia.

Questa è la grande responsabilità di tanti adulti, che adulti non sono mai davvero diventati e di quei giovani che non hanno trovato il coraggio di distinguersi da questa anestesia, da questa melassa senza gusto e sapore, da questo nulla.
Mi chiedevo ieri e continuo a farlo oggi, cosa si potrebbe fare, usando l’arma della scrittura e credo che la risposta possa essere trovata proprio all’interno dell’immagine metaforica che in questo tempo ci terrorizza e ci rappresenta: la pandemia, il virus letale che colpisce, ammala, uccide, senza che chi si credeva Superuomo possa fare nulla.

Cosa possiamo fare contro il male, quali anticorpi occorre allertare per non esserne travolti?

Non penso che sia così decisivo uno scavo sulle origini del male, sui suoi alleati storici, bensì cercare gli antidoti - come per il vaccino - e per farlo, dobbiamo trovare il coraggio di ammettere che il bene è anch’esso fragile se non viene coltivato con cura, difeso collettivamente.

Esattamente come è accaduto a ciascuno, quando il virus ci ha scoperti vulnerabili non solo nel nostro organismo, ma anche perché privati, in un baleno, di un nostro bene primario, la libertà.

Abbiamo scoperto, sgranando gli occhi, atterriti che anche il bene non era per sempre, anzi che era fragile, come la bellezza e la salute. Abbiamo capito quanto è breve la strada per diventare degli «analfabeti emotivi di ritorno».

La fragilità del bene è una verifica di realtà che non indebolisce i nostri principî morali, non fiacca i nostri migliori sentimenti e le nostre speranze, ma al contrario li rafforza.

L’umiltà, cui il virus ci ha costretto, è l’unico modo per non dare ulteriore adito e spazio a una dissennata prosopopea basata sull’onnipotenza che pretende che anche la scienza si pieghi alle regole della fretta e dell’immediatezza, cui il linguaggio tecnologico ci ha abituato in questi ultimi anni.

Ammettere fragilità e vulnerabilità significa rafforzarsi, perché è il dubbio che rende credibile e affidabile l’uomo, non la sua tracotanza.

L’unico antidoto in tempi così difficili è rappresentato da una potente necessità: quella di immaginare nuovi orizzonti, nuovi territori, nuovi sogni ed utopie.

Solo se l’umanità scoprirà l’eterna fragilità del bene potrà difenderlo ed ampliarlo, per fare in modo che nuove generazioni possano appropriarsene e goderne.

Soltanto l’immaginazione ed il coraggio di esporci, consentirà di guardare oltre, di sognare il nuovo, di allevare una forza emotiva più tagliente di un diamante, che ci permetterà di evitare l’intorpidimento del cervello e dei sensi, il prezzo da pagare per chi ancora pratica l’ignavia. E non vagare sul Pianeta come morti viventi.