IO, PECORA IMMUNE NEL GREGGE

letto 83 volte
gregge.jpg
Anche io come diversi tra noi, ho nutrito perplessità, paure e sollevato critiche articolate, riguardo l’efficacia e soprattutto l’oscura ai più, incerta efficacia dei Vaccini anti COVID-19 somministrati in Italia, negli ultimi mesi. Ma alla fine, impaurita dalle Varianti in arrivo (dalla Delta in poi), ho deciso di capitolare - chiedo venia - affidarmi alla Scienza.
 
E ad oggi, sono convinta di aver compiuto, a mio giudizio, la scelta migliore, pur obbligata.
 
Ho 59 anni ed ho effettuato il vaccino, la prima dose, il 27 Luglio 2021, nonostante moltissimi della mia fascia di età abbiano già chiuso l'intero ciclo con la doppia somministrazione. Ed io, paziente ‘fragile’, ho sperimentato paure, incertezze e sollevato critiche. Non sto qui ad elencarle perché sarebbe noioso, forse risibile addirittura per Alcuni. Ma alla fine ho deciso di affidarmi alla scienza. E ad oggi sono convinta di aver fatto, a mio giudizio, la scelta giusta.
 
Io che credo nel detto “in medio stat virtus” però, voglio ribadire che obbligare il cittadino ad una pratica medica non è una procedura politica che, alla toscana, "mi garba". Sta al libero giudizio di ognuno di noi, anche se in questo caso c'è in ballo tanto, tantissimo del nostro futuro prossimo. Altra convinzione: il green pass è importante, ma forse bisognava introdurlo a metà settembre e non ora, perché le dosi sono poche e perché così facendo si alimenta uno scontro ideologico che non fa cambiare idea ai contrari e non aiuta gli indecisi a prendere una decisione. Dopo aver scritto tanto, sui vaccini, sulle ricerche, delle proteste e di chi è convinto che sia la madre di tutte le battaglie anti-Covid, ho voluto trasformare la mia prima volta - o sarebbe meglio dire la prima dose - in un racconto completo. Non ideologico, ma all'insegna della cronaca e di quello che ho visto, sentito e provato.
 
Molte persone che conosco, ancora oggi hanno deciso per il Vaccino, altre - una minoranza - mi hanno ribadito che non ci pensano proprio ad utilizzare un vaccino sperimentale.
 
La mia decisione riguardo il vaccino non è derivata dall’ottenere il green pass - divenuto obbligatorio dal 6 agosto - anche se non averlo avrebbe di certo frenato la mia vita sociale ( poca cosa) ed i miei interessi. Ho deciso, non senza domande che sono rimaste senza risposta, di ricevere il vaccino perché voglio provare ad evitare di ammalarmi - di evitare in caso di contagio gli effetti nefasti e spero, affidandomi alla scienza, di contribuire non dico alla sconfitta del virus, ma almeno a confinarlo in una sorta di accettabile - a livello medico e sociale - forma influenzale, seppur più aggressiva. Insomma ho deciso di essere una pecora di un grande gregge, in nome e nella speranza dell'immunità di gregge. E non mi illudo che ciò basterà: servono le cure monoclonali, l'aumento della medicina territoriale per curare le persone a casa, politiche vere ad iniziare dal potenziamento dei mezzi pubblici, investimenti maggiori nella Sanità, dopo decenni di tagli scellerati.
Ma io questo posso fare, oltre che utilizzare il buonsenso nelle situazioni potenzialmente a rischio.
 
Arriva il 27 Luglio, mi faccio venire a prendere a casa da due cari Amici, perché temo qualche potenziale malessere post-somministrazione, e approdo al centro vaccinale che di norma è una sorta di Cva dove si organizzano serate danzanti e feste soprattutto per i cosiddetti uomini e donne della Terza Età. All'esterno, alle ore 10.30, ci sono già una trentina di persone,tutte riparate dal sole da una struttura consona. Non si tratta di un assembramento, ma neanche di un meraviglioso esempio di distanziamento. Ma tutti indossano la mascherina. Scopro - non c'era scritto in nessun modulo - dopo una ventina di minuti che non verrò chiamata per nome ma devo, nonostante la prenotazione e la convocazione ad un orario preciso, entrare nella prima sala per richiedere il numeretto e verificare il modulo che ho compilato ( con aiuto esterno) su malattie, allergie, patologie varie. Per colpa della mia dabbenaggine devo rimettermi in fila. Alla fine sarò il numero 65. Sono le 11.00 quando prendo numero e verifico la modulistica. Al bancone c'è una efficiente operatrice, a destra c'è una saletta con un medico e nella sala principale - quella da ballo - ci sono due box per fare la vaccinazione - uno per il Moderna e l'altro per il Pfzier - Annoto tutto questo ed esco in attesa di essere chiamata.
 
Nell'attesa la mia Amica rilegge ad alta voce i fogli della Regione, che ho firmato frettolosamente: ci sono gli effetti collaterali, quelli comuni e quelli più rari. C'è anche scritto, sottolinea con voce incredula, che tutto questo è stato spiegato, a me paziente in una lingua che comprendo e che ho accettato tutto, proprio tutto. In verità, nessuno prima della firma mi ha spiegato nulla. Compresa la difficile composizione del vaccino Pfizer che, agli occhi dei Più, apparirà come una formula magica, essendo totalmente ignoranti in materia. Sorrido. Di un centinaio di persone presenti, a quell'ora, ci sono solo due ragazzi under 19 - di 17 anni e di 13 anni - il resto sono tutti sopra gli over 30. Ascolto molte mamme convinte della bontà del vaccino, ma, o con forti dubbi nell'autorizzare anche i figli minorenni, o completamente contrarie alla somministrazione. Sono la stragrande maggioranza. Ognuna ha le sue ragioni. D'altronde anche in diversi Paesi Europei, tra cui la Germania, si consiglia il vaccino agli under 18 solo se con patologie o considerati fragili. In Umbria e in Italia, anche in vista della riapertura della scuola, si consiglia vivamente alla famiglie di effettuare la copertura anche agli under 18. Ammetto che l'attesa fa salire la tensione, ma non temo gli aghi. La fila defluisce ordinata, ma non in maniera veloce. Non ci sono lamentele, o minacce di chiamare le Forze dell'Ordine. Alle 11.30, dopo un'ora dal mio arrivo, chiamata ufficiale: per il numero 64 - la mia vicina di panca, anche lei cinquantenne ed alla prima dose, per me (65) e per un ragazzino di 17 anni (66) che, per legge deve essere accompagnato dall'esuberante padre che si mette persino ad aiutare il personale del centro vaccinale per gli ingressi.
 
Da fuori sono entrata dentro la prima sala di attesa. Poi passo alla stanzetta del medico: mi spiega in maniera completa cosa è il Pfizer, gli obiettivi del vaccino ed anche i rischi. Dopo passa ad esaminare - in seconda lettura - le mie eventuali patologie e se ho mai contratto il virus. Grazie a Dio posso enunciare un po’ di "no". Mi chiede se ho domande da fare? Sì. "In caso di malore cosa devo fare e cosa devo assumere?"
 
"Ai primi sintomi prenda la tachipirina mille e se la situazione si fa più seria contatti subito il medico di famiglia. Potrebbe avere dolore al braccio, prurito o un arrossamento. Capita uno su 100". Mi ritengo soddisfatta e poi c'è la fila fuori, meglio evitare altre domande ed accedere al passaggio successivo, quello fondamentale. Passo nella terza stanza: sedie distanziate, sala divisa in due - quelli in attesa e quelli che devono poi aspettare 15 minuti post-vaccino per poi ripartire - il tutto molto comodo, compresa la macchinetta automatica per il caffè che non esito a mettere in moto. Dopo 3 minuti vengo chiamata: Moderna, o Pfizer?
 
Rispondo: Pfizer. "Allora aspetti un attimo, avanti quelli per il Moderna". Tocca al 17enne. Sono solo due, per tutto il tempo che sono al centro, gli under 18. Subito dopo nel box, "b", arriva la mia chiamata ufficiale. Una infermiera carina ed educata mi fa sedere, mi chiede le generalità, sorride e sorrido anche io. Insomma mi ha messo a mio agio. Non temo gli aghi, ma stavolta neanche me ne accorgo, sia fisicamente, sia sensibilmente. Ovatta sulla ferita, un po' di cerotto. Un saluto simpatico e via, sono vaccinata con la prima dose di Pfizer. Ma non è finita qui: accedo alla sala finale di questo viaggio - comune a miliardi di persone - che passerà alla storia. Seduta, con distanziamento, nella sala di decompressione per 15 minuti nella speranza di scongiurare i sintomi quelli più gravi, quelli che il medico ha definito rari. Vicino a me c'è Carmen, per fortuna.
 
Perché attendere? La testa e il cuore temono quei sintomi rari e quindi bisogna esorcizzarli in qualche modo. E insieme, io e Carmen ci riusciamo chiacchierando. Merito suo. "Un mio caro amico - mi dice sorridendo - dopo il vaccino mi ha detto che, non sa per quale motivo, tutti i giorni si ritrova a canticchiare le canzoni di Franco Califano e non gli piaceva neanche come cantante". Sorrido pensando al Califfo ed alle sue introspettive, grandi canzoni. Si continua a parlare. Nessuno sta male. Nessuno deve intervenire.
 
Scatta mezzogiorno e si può tornare a casa anche perchè la coppia di Amici - da fan della lotta acritica al Covid - hanno già acquistato la tachipirina 1000, il Moment... manca solo una immagine dell'Arcangelo Michele armato di spada... e c'è tutto per affrontare il pomeriggio e la mattina dopo post-covid. Nella speranza che vada tutto bene e quindi senza ulteriori aggiornamenti sui postumi della mia prima volta con il Vaccino anti COVID-19 - che tuttavia ci saranno e per ben dieci giorni -!
Alla fine, non so se ho contribuito a vincere la lotta all'infido virus, ma di sicuro ho vinto il green pass valido dal 6 agosto. Non è una medaglia. E' un lasciapassare si spera utile contro la pandemia, che esibirò solo su richiesta e non lo sventolerò come una bandiera di civiltà.
 
Questa è la mia piccola storia, la storia di una Italiana convinta della bontà della vaccinazione, ma con forti, fortissimi dubbi - da liberale - sul green pass che alla fine ho accettato.