"IN ITALIA SI CHIAMA SINDROME POST COVID-19, PER GLI INGLESI E' LONG COVID: IL PUNTO SULLA RICERCA NELLA SISTEMATICA DELL'OMS E DEGLI STUDI IN MERITO"

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Evidenze scientifiche acclarate, hanno dimostrato che una serie di sintomi può rimanere a lungo dopo l'infezione acuta da SARS-CoV-2. Questa condizione è conosciuta come Long Covid.
La letteratura scientifica attuale preferisce fare una distinzione a proposito della sindrome che si presenta in seguito a malattia acuta:
 
1- se i sintomi si presentano tra la quarta e la dodicesima settimana dalla malattia acuta, si parla di Covid-19 sintomatico subacuto;
 
2 - se i sintomi si presentano anche dopo la dodicesima settimana dalla malattia acuta, si parla di Covid-19 cronico, o Sindrome post-Covid-19, o per gli Anglosassoni di Long Covid.
 
Il ‘British Medical Journal’ ( BMJ)ha di recente pubblicato una revisione che esamina l'impatto a lungo termine dei sintomi riportati a seguito dell'infezione da Covid-19 e discute l'attuale comprensione epidemiologica del Long Covid, i fattori di rischio che possono predisporre una persona a sviluppare la condizione e le linee guida per il trattamento e la gestione.
Il Long Covid ha guadagnato l’ attenzione mondiale a seguito di un resoconto pubblicato il 5 maggio 2020 su ‘BMJ Opinion in cui un professore di malattie infettive ha condiviso la sua esperienza di sette settimane su quelle che ha definito "montagne russe di malesseri" dopo Covid-19.
 
Il termine Long Covid è stato creato dai pazienti e quindi reso popolare in seguito all'uso dell'hashtag #LongCovid su Twitter. Oltre al numero crescente di articoli sottoposti a revisione paritaria pubblicati da allora, ciò ha messo in evidenza una sindrome post-Covid-19 che può durare per molte settimane dopo l'infezione acuta. Tanto che Long Covid è ormai un termine entrato a pieno titolo, nella letteratura scientifica.
 
Il NICE (National Institute for Health and Care Excellence) definisce il Long Covid come il perdurare di sintomi che continuano, o si sviluppano dopo l'infezione acuta e che non possono essere spiegati da una diagnosi alternativa. Questo termine include Covid-19 sintomatico in corso da 4 a 12 settimane dopo l'infezione, e la sindrome post-covid-19 oltre le 12 settimane dopo l'infezione. I National Institutes of Health (NIH) condividono invece la definizione dei CDC, che descrivono la condizione come sequele che si estendono oltre 4 settimane dopo l'infezione iniziale.
 
La maggior parte degli studi considerati nella revisione sono studi osservazionali trasversali o di coorte, con ampie coorti; tuttavia, a causa della novità della malattia e della scarsità di dati, sono stati inclusi anche studi su coorti più piccole e serie di casi.
 
Le ricerche hanno dimostrato che il Long Covid può colpire l'intero spettro delle persone con Covid-19, da quelle con malattia acuta molto lieve, alle forme più gravi. Qualsiasi paziente Covid-19 può sviluppare Covid lungo, indipendentemente dalla gravità dell'infezione e dall'intensità del trattamento che ha ricevuto.
 
I pazienti trattati nei reparti ospedalieri e nelle unità di terapia intensiva mostrano poca differenza nell'incidenza dei sintomi a lungo termine associati a Covid-19, rispetto ai non ricoverati. Lo stesso vale per coloro che sono stati trattati con solo ossigeno, con pressione positiva continua delle vie aeree o con ventilazione invasiva. Anche molti pazienti con sintomi acuti lievi sviluppano sintomi di Long Covid.
 
La letteratura pubblicata che descrive i casi di pazienti con Covid-19 che successivamente sviluppano sintomi persistenti è in continua crescita, il che consentirà una migliore comprensione dell'epidemiologia del fenomeno.
 
Le disparità attuali tra le segnalazioni di Long Covid sono dovute a molte ragioni, tra cui la durata del periodo di follow-up, la popolazione valutata, l'accuratezza delle auto-segnalazioni ed i sintomi esaminati.
 
Studi in tutto il mondo hanno riportato vari tassi di incidenza, con diversi tempi di follow-up dopo l'infezione acuta: nel 76% delle persone a 6 mesi, 32,6% a 60 giorni, 87% a 60 giorni e 96 % a 90 giorni.
 
Questi risultati mostrano che una percentuale sostanziale di persone che hanno avuto Covid-19, può sviluppare Long Covid.
L'Office for National Statistics (ONS) del Regno Unito ha pubblicato i dati sulla prevalenza dei sintomi persistenti di Covid, stimando che la prevalenza a cinque settimane di qualsiasi sintomo, tra gli intervistati che sono risultati positivi a Covid-19 tra il 22 aprile e il 14 dicembre 2020, era del 22,1%, mentre la prevalenza a 12 settimane del 9,9%.
 
Queste cifre sono preoccupanti per i pazienti, sia per i manager sanitari e i Responsabili di Reparto, poiché molti malati probabilmente svilupperanno Long Covid e richiederanno supporto e cure a lungo termine.
 
Gli autori concludono, però che sono necessari ulteriori studi per consolidare la comprensione epidemiologica del fenomeno.
Come il Covid-19 acuto, il Long Covid può coinvolgere più organi e può colpire molti sistemi, inclusi i sistemi respiratorio, cardiovascolare, neurologico, gastrointestinale e muscoloscheletrico, ma non solo.
 
Il virus SARS-CoV-2 ottiene l'ingresso nelle cellule di più organi tramite il recettore ACE2. Una volta che queste cellule sono state invase, il virus può causare una moltitudine di danni, che alla fine portano a numerosi sintomi persistenti.
 
I sintomi del Long Covid includono affaticamento, dispnea, anomalie cardiache, deterioramento cognitivo, disturbi del sonno, sintomi di disturbo da stress post-traumatico, dolori muscolari, problemi di concentrazione e mal di testa e fibromialgia.
 
L'affaticamento va oltre l'essere troppo stanchi, è più un esaurimento inesorabile e uno stato costante di stanchezza che riduce l'energia, la motivazione e la concentrazione di una persona. A seguito dell'epidemia di SARS-CoV-2, fino al 60% dei pazienti ha riportato affaticamento 12 mesi dopo il recupero dalla malattia acuta.
 
Nel Long Covid, l'affaticamento è una delle manifestazioni più segnalate, con l'Office for National Statistics che ne stima la prevalenza a cinque settimane nell'11,9% delle persone che hanno avuto Covid-19.
 
Uno studio trasversale ha rilevato che il 92,9% e il 93,5% dei pazienti Covid-19 ospedalizzati e non rispettivamente, hanno riportato affaticamento continuo a 79 giorni dall'insorgenza della malattia.
 
Molti studi trasversali e di coorte evidenziano che l'affaticamento oltre a un sintomo comune e persistente indipendente dalla gravità della fase acuta della malattia, è il sintomo più frequentemente riportato dopo il recupero da Covid-19 acuto.
Sebbene alcune linee guida si concentrino specificatamente sul trattamento e gestione del Long Covid e altre includano raccomandazioni per il Long Covid all'interno di quelle dedicate a Covid-19, le linee guida forniscono indicazioni su come identificare, riferire e trattare i pazienti.
 
I NIH (National Institutes of Health) hanno pubblicato le linee guida sul trattamento di Covid-19, fornendo però poche indicazioni sulla gestione a lungo termine della malattia e i CDC hanno fatto uscire da poco una sezione dedicata alla gestione del Long Covid.
 
La Società Europea di Cardiologia ha invece focalizzato le linee guida sulla diagnosi e gestione delle malattie cardiovascolari durante la pandemia.
 
Sicuramente le linee guida per il trattamento e la gestione di Long Covid si evolveranno quando nuove evidenze verranno alla luce; tuttavia, linee guida generali, come la guida dell'Evidence Based Medicine sulle sindromi post-infettive, possono essere utili per il trattamento dei sintomi prolungati.
 
Gli antistaminici sono stati usati come possibile trattamento per Covid-19, con uno studio che ha suggerito che gli antagonisti dei recettori H1 potrebbero essere in grado di ridurre il tasso di infezione inibendo l'ingresso di SARS-CoV-2 nelle cellule che esprimono ACE2. Revisioni sistematiche e studi molecolari hanno proposto gli antagonisti dei recettori H1 e H2 come validi candidati per ulteriori studi clinici. Resta però ancora da capire se gli antistaminici siano efficaci nel trattamento del Long Covid.
 
Gli antidepressivi sono stati proposti per ridurre gli effetti del Long Covid. L'uso di antidepressivi è stato associato a un ridotto rischio di intubazione o morte, mentre una meta-analisi del trattamento farmacologico antidepressivo per il disturbo depressivo maggiore ha dimostrato che l'uso di antidepressivi, inclusi gli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina e gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, si traduce in una riduzione dei marker infiammatori periferici.
 
Numerosi sono attualmente, i trattamenti sperimentali in corso.
 
Magda Della Serra