MANOVRA: BRUNETTA, “IL PROGRAMMA DI GOVERNO È INATTUABILE”

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Con la scadenza del termine per la presentazione al Parlamento della Nota di Aggiornamento al DEF, prevista per il prossimo 27 settembre, che si avvicina, la stampa comincia a fare i conti sul reale costo della prossima Legge di bilancio, sulla base del mutato quadro macroeconomico che vede un peggioramento delle stime di crescita del Pil al +1,0-1,1%, dal +1,5% previsto dal DEF di maggio per quest’anno e al +0,9% rispetto al +1,4% per l’anno prossimo. Soltanto questo peggioramento farà aumentare automaticamente i rapporti deficit/Pil e debito/Pil per entrambi gli anni. Il rapporto deficit/Pil per quest’anno dovrebbe salire a circa il 2,0%, dall’1,6% programmato nel Def, con la conseguenza che il rapporto debito/Pil, come riconosciuto anche dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, scenderà al massimo di un decimale. Per il prossimo anno, invece, il rapporto deficit/Pil deve ancora essere negoziato con la Commissione Europea.

Quello attualmente programmato è pari allo 0,8% ma, complice il peggioramento del Pil e la volontà del governo di chiedere nuovi margini di flessibilità alla Commissione Europea, l’ipotesi più accreditata è quella di un livello pari a 1,5-1,6%. Con un deficit programmato a una tale soglia, tuttavia, tutte le risorse disponibili verrebbero assorbite per coprire l’aumento delle aliquote Iva (12,4 miliardi di euro) e le spese indifferibili (5 miliardi di euro), senza dimenticare il buco di bilancio generato dai mancati proventi da privatizzazioni, pari allo 0,3% del Pil (circa 5 miliardi di euro) previsti dal DEF, come abbiamo già ricordato e come riportato oggi anche da un articolo di Marco Rogari e Gianni Trovati sul Sole 24 Ore. E senza dimenticarsi, ovviamente, delle maggiori spese per interessi sul debito generate dall’aumento dei rendimenti di emissioni nelle ultime aste del Tesoro, che dovrebbero aumentare di 5 miliardi di euro il prossimo anno.

Considerando che il peggioramento del ciclo economico ha un impatto sul calcolo dell’output gap, il governo dovrebbe poter disporre al massimo di circa 10 miliardi di euro per finanziare il programma di governo da oltre 100 miliardi di euro sottoscritto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Proprio qui sorge il problema, poiché anche la versione ridimensionata di tale programma verrebbe a costare quasi 25 miliardi, considerando il costo complessivo delle proposte della Lega con la quota 100 (7,0 miliardi), la flat tax per le partite Iva (3,5 miliardi) e il taglio dell’aliquota Irpef dal 23% al 22%, e quelle del Movimento Cinque Stelle con la pensione di cittadinanza, i centri per l’impiego, l’assegno sotto la soglia di povertà (10 miliardi) e la proroga dell’Iper/super ammortamento (0,8 miliardi).

I due contendenti Salvini e Di Maio dovranno quindi decidere quale misure buttare giù dalla torre, o, in alternativa, adottare tutte le misure in misura molto ridimensionata. Considerando che il ministro Tria ha già lasciato intendere che non ci sono altri spazi di manovra con Bruxelles, che anche il governatore della BCE Mario Draghi ha invitato i politici italiani ad evitare di fare altri danni promettendo cose impossibili e che i mercati finanziari osservano da molto vicino gli sviluppi dei conti pubblici italiani attendiamoci uno scontro molto acceso tra i due soci di maggioranza di Governo per accaparrarsi le pochissime risorse a disposizione. Ciò che è certo è che uno dei due, o entrambi, dovranno poi spiegare ai propri elettori il motivo per cui hanno promesso in campagna elettorale delle politiche economiche per le quali era già chiaro non ci fossero risorse per finanziarle”.