CACCIA E PESCA NELL’ANTICA POMPEI (I PARTE)

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La caccia e la pesca si può dire siano nate con l’uomo che fino al paleolitico ricorse a tale attività quale uno dei pochi rimedi per risolvere il problema del sostentamento e quindi della sopravvivenza. Nella preistoria, secondo alcune teorie, siccome la caccia costituiva una tremenda impresa per uomini armati solo rudimentalmente, gli uomini di età arcaica idearono un complicato rituale magico per gettare un incantesimo sulla preda.

La caccia e il suo rituale sono stati oggetto di manifestazioni artistiche riscontrate nei numerosi graffiti rupestri trovati un po’ ovunque. Valgano ad esempio quelli della Valcamonica e quelli della grotta di Addaura, che inquadrano tutto il territorio italico: figure di animali sono rappresentati forse nel contesto di cerimonie propiziatorie per la caccia. Spesso tali dipinti o graffiti decorano i segreti recessi in cui avvenivano iniziazioni alle quali erano interessati i più forti adolescenti che, diventando uomini, sarebbero stati  valenti cacciatori. Inoltre, l’artista poteva anche usare l’immagine disegnata come modello per mostrare agli apprendisti cacciatori quali fossero i punti deboli dei vari animali che potevano essere: capre selvatiche, pecore, bovini, maiali e tartarughe; più raramente orsi, cervi, volpi, martore, cinghiali, etc…

Solo all’inizio della storia, quando l’uomo diventa agricoltore e allevatore, la caccia incominciò ad assumere carattere secondario o quanto meno era affidata a specialisti che dovevano apportare solo un contributo alla tavola.

Oggi, stabilire un termine preciso all’introduzione del cacciare come semplice svago è abbastanza arbitrario, comunque, sembra che la caccia come sport fosse largamente diffusa in Grecia già in età ellenistica e che si sia introdotta in Italia Meridionale verso il I secolo a.C..

Secondo Polibio (XXXI,29,3) uno dei primi cacciatori fu Publio Scipione l’Emiliano al quale quest’arte antichissima fu insegnata dalla più alta nobiltà greca che considerava la caccia come un allenamento dell’arte della guerra.

Il territorio vesuviano, molto decantato dai classici latini, era verdeggiante di boschi dove la selvaggina era abbondante; come pure il mare, che lo lambiva con le sue splendide scogliere più o meno frastagliate, era ricco di pesca.

E poi i numerosi affreschi di personaggi nell’atto di pescare, di cacciare in splendidi paesaggi boschivi e lacustri, ed i paesaggi nilotici con scene di pigmei (fig.1) alla pesca e alla caccia sul fiume Nilo (REG.V INS. I,7), danno conferma di quanto fosse affermata anche se non molto diffusa questa passione anche nella città di Pompei.

Nulla vieta di crede che i pompeiani amatori della caccia e della pesca, allo scopo di avere buona fortuna durante le loro battute, si propiziassero DIANA (fig.2), la greca ARTEMIDE, dea della caccia, della pesca e della navigazione di cui la statua era gelosamente custodita nel Tempio di Apollo, uno dei più vecchi della città.

Spesse volte la Dea è raffigurata con i suoi attributi: l’arco, le frecce e la fiaccola. Animali a lei sacri erano il cane e la cerva donde l’attributo di ELAPIA. Altri due suoi epiteti erano: ECHEBOLE, cioè lungisaettante e IOCHEAIRA, che scaglia gli strali. (continua)