CACCIA E PESCA NELL’ANTICA POMPEI (II PARTE)

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In molte case di Pompei sono ancora ben conservati splendidi dipinti raffiguranti altre divinità dedite alla caccia o alla pesca, fra cui Venere pescatrice (fig.3), evanide, nella Casa degli Amorini Dorati (REG.XVI, INS.VII,7-38), Diana e Atteone nella Casa di COSSIUS LIBANUS, detta di Sallustio (REG.VI, INS.11,4), nella Casa di QUINTO POPPEO (REG.I, INS.4,4) detta del Menandro, nella casa di LOREIO TIBURTINO, sacerdote di Iside (REG.i,INS.II,2), nella Casa della Venere in “bikini” (REG.I,INS.II,7).

Secondo la mitologia greca “ATTEONE, figlio di Aristeo e di Autonoe, nipote di Cadmo, fu allevato dal centauro Chirone e divenne famosissimo cacciatore. Fu mutato da Artemide in cervo, e sbranato dai propri cani, perché osò guardare la dea mentre si bagnava nella fonte Partenia, ai piedi del Citerone. Altri dicono che fu punito in questo modo crudele perché si era vantato migliore cacciatore di Artemide, o perché aveva mangiato delle carni offerte in sacrificio alla dea. Probabilmente il mito di Atteone simboleggia la vegetazione che perisce per lo spietato calore estivo” (C.D’Alesio-Labor).

Nella Casa di L.CORNELIO PRIMOGENES (REG.VI, INS.IX,2) fu trovato un dipinto raffigurante MELEAGRO e ATLANTA dopo l’uccisione del cinghiale Calidonio (Museo Nazionale di Napoli). Così dice il mito: “Meleagro, principale eroe dell’Etolia, figlio di Oeneo e di Altea, partecipò alla spedizione degli Argonauti e al suo ritorno trovò il territorio di Calidone devastato da un orrendo cinghiale inviato da Artemide per punire il re Oeneo, che si era dimenticato di offrirle sacrifici.

La fiera che aveva la mole di un toro, le setole dure e acuminate come dardi, le zanne lunghissime e ricurve, taglienti come falci, e un alito esiziale per quanti lo respiravano, costituiva un’impresa molto difficile. La fiera dopo aver rovinato i raccolti e assalito il bestiame, prese ad uccidere la gene. Il re allora, davanti al pericolo che rappresentava, ordinò al figlio Meleagro di invitare i più abili e coraggiosi cacciatori greci per organizzare con essi una partita di caccia allo scopo di liberarsi dal cinghiale.

La caccia fu lunga e pericolosa e alla fine Meleagro riuscì ad uccidere il cinghiale, e, come era d’uso, ne ebbe in dono le spoglie. Ma egli si era invaghito della bella Atlanta alla quale donò la testa e la pelle del mostro, asserendo che era stata lei prima a colpirlo” (C. D’Alesio-Labor). (continua)