LA VITA QUOTIDIANA, LA FAMIGLIA E L’EDUCAZIONE NELL’ANTICA POMPEI, (PARTE VIII), CIBI E BEVANDE NELL’ANTICA POMPEI

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I pompeiani amavano la buona cucina e i cuochi erano molto rispettati. Un cuoco costava molto e il più delle volte era uno schiavo. La cucina era un ambiente poco importante posta spesso dietro l’atrio.

Era uso presso i romani mangiare tre volte al giorno. Di buon mattino, durante la prima colazione detta “ientaculum”, mangiavano pane condito o intinto nel vino con qualche companatico come olive, miele, cacio, frutta secca. Spesso prendevano anche uova e latte. I fanciulli che si recavano a scuola compravano per strada una focaccia.

Verso mezzogiorno si consumava, tra un’occupazione e un’altra, il “prandium” che consisteva in una fugace seconda colazione basata per lo più sugli avanzi della sera precedente. Erano piatti riscaldati di carne, pesce, verdure, uniti a pane, vino e frutta.

La cena, pasto principale costituito di solito da tre portate, nella casa dei ricchi era molto sontuosa. I legumi, le verdure, i cibi di farina e di frumento, dei tempi antichi, furono sostituiti da antipasti di uova, di pesce, di ostriche, di olive, da prelibati carni e vini ricercati, da creme e biscotti.

Il più famoso ingrediente della cucina romana e pompeiana era il “garum”. Era un preparato ottenuto attraverso la decomposizione delle carni di pesci grassi; per la maggior parte era usato lo sgombro, ma venivano utilizzati anche le sardine, le anguille, il salmone e il tonno.

Il pesce era aromatizzato da erbe quali il finocchio, il sedano, la ruta, la menta, che formavano una specie di letto in un recipiente di trenta litri. In questo venivano disposti alternativamente, strati di pesce e di sale. Il tutto, rimescolato e battuto fino a fornire una crema, si lasciava riposare per alcune settimane al sole ed infine si filtrava il liquido. Questa salsa, di origine orientale, divenne così comune che la si adoperava su ogni pietanza. In genere i gusti dei romani apparivano evoluti verso sapori forti e drogati.

I poveri, invece, si dovevano accontentare di una misera cena a base di olive, ceci, porri e verdure.

Il riso era usato solo come medicamento. L’unica bevanda, oltre l’acqua, era il vino*. Esso veniva mescolato con miele e perfino con acqua di mare e aromatizzato con resina e pece.

Un vino molto decantato era quello pompeiano (vitis Holconia). La ragione per cui il vino era annacquato era per renderlo meno forte e di permettere ai convitati di restarsene a lungo a bere e a chiaccherare senza eccessive libagioni.

La birra era conosciuta in Egitto, in Gallia ed in Spagna, ma i romani la disprezzavano.

*(Da qualche anno, precisamente dal 1994, su un’area limitata degli scavi, grazie agli studi di botanica applicata all’archeologia condotti dal Laboratorio di Ricerche Applicate e alla collaborazione con l’azienda vitivinicola campana Mastroberardino, sono stati riprodotti vigneti che produrranno il pregiato vino Villa dei Misteri, e precisamente i vigneti del Foro Boario, del Triclinio estivo, della Domus della Nave Europa, della Caupona del Gladiatore, di Eusino, e nell’Orto dei Fuggiaschi, per una estensione di poco più di un ettaro ripartito su 10 appezzamenti di diversa estensione e per una produzione potenziale di circa 50 quintali per ettaro. 

Il vino Villa dei Misteri, realizzato con uve della qualità piedirosso e sciascinoso  e dalle caratteristiche uniche in quanto realizzato secondo le tecniche di viticoltura di duemila anni fa, rappresenta soprattutto un modo per raccontare e far conoscere Pompei con la sua cultura e la sua tradizione antica e quale elemento di valorizzazione e al tempo stesso di difesa del territorio, del paesaggio e dell’ambiente).