CACCIA E PESCA NELL’ANTICA POMPEI (IV PARTE)

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Anche nell’impero romano, a dir di Svetonio, come per Spartani della Grecia, la “VEN ATIO” era una specie di addestramento militare al fine di mantenere in esercizio nella pratica delle armi.

Bisogna però anche dire che anticamente continuarono ad esserci  cacciatori di mestiere e schiavi addetti alla caccia, che non solo si adopravano per evitare insidie di animali pericolosi, ma anche per arricchire e rendere più varia la mensa dei padroni. Anzi, non di rado fra questi schiavi specialisti c’erano quelli che amavano catturare belve sia a scopo di lucro sia per dare spettacolo nell’Anfiteatro.

Nell’INSULA OCCIDENTALIS di Pompei è stato trovato, tra i cumuli relativi al post-terremoto del 62 d.C., un affresco raffigurante appunto una scienza di negri e/o schiavi intenti a trasportare una belva catturata e messa in gabbia.

Le bestie uccise nell’arena erano consumate dal personale o dagli organizzatori degli spettacoli (venationes); e qualche volta venivano anche messe in vendita.

Cicerone ricorda due tipi di caccia: l’AUCUPIUM e la VENATIO. L’aucupium era la caccia agli uccelli verso i quali, siccome erano un bersaglio difficile, si usava l’astuzia e l’insidia.

Questa era ritenuta un’attività piacevole anche per i meno dotati fisicamente e quindi un’occupazione sedentaria che richiedeva una certa abilità. Anche un poltrone stando con il naso per  aria, poteva aspettare la preda che tradita dal richiamo ingannatore venisse a farsi catturare. L’aucupium era considerato lo svago dei vecchi (De Sen.16,56): ad esempio PLINIO IL GIOVANE, letterato dell’età imperiale (Epist.I,6,1) quando era in campagna si divertiva a cacciare con le reti senza dimenticare di portare le tavolette cerate per comporre durante le lunghe attese in cui la selvaggina mancava: “me ne stavo seduto presso le reti, tenevo a portata di mano, non già il VENABULUM o la LANCEA, ma lo stilo e le tavolette cerate; e spesso mi capitava di tornare con la rete vuota e le tavolette cerate piene”.

Con un simile cacciatore gli animali di certo si sentivano abbastanza sicuri.

La più elementare insidia, ancora oggi usata dai ragazzi e dai contadini contro i pennuti, erano i lacciuoli dissimulati entro cespugli o sui rami degli alberi. L’AUCEPS consisteva in particolare nell’attrarre gli uccelli con il canto e col cibo e poi catturarli con i mezzi predisposti. Gli uccelli da richiamo erano ciechi e venivano legati con una zampa nelle PARETAI (areae), avendo cura di cospargere anche il terreno con ampie chiazze di mangime, naturalmente ben visibile. Si attendeva che molti uccelli fossero accorsi nell’area insidiata e con un colpo secco si tiravano, mediante dei fili, le reti sul terreno; ciò assicurava quasi sempre un’abbondante preda. Si poteva uccellare anche con la PANIA, attirando cioè gli uccelli con la civetta o con altri uccelli prigionieri o con una FISTULA (tubo-fischietto) per imitare il canto. La caccia ai volatili con la pania richiedeva una certa esperienza in quanto si dovevano collocare le cannucce impaniate (CALAMI AUCUPATORI) fra i rami che l’uccello frequentava senza destare sospetto. L’uccellatore dunque portava con se canne lunghe attaccabili l’una dietro l’altra onde raggiungere il ramo desiderato. L’uccellino si posava sulla pania traditrice e vi rimaneva presa. MARZIALE ci chiarisce la scena in questi due versi: NON TANTUM CALAMIS SED CANTU FALLITUR ALES CALLIDA DUM TACITA CRESCIT HARUNDO MANU, cioè “Non tanto con le frecce, ma col canto è ingannato l’uccello mentre la silenziosa canna (la pania) cresce con astuta mano”.

I grossi rapaci erano attratti da una colomba viva legata alle zampe, costringendola a svolazzare dopo aver predisposto tutt’intorno delle grosse canne impaniate (XIV,217).

La selvaggina piumata, più facile a prendere di quella quadrupede, era cacciata nelle campagne un po’ da tutti. L’oca e l’anitra selvatica erano uccise o prese al laccio presso i fiumi, presso le acque stagnanti e durante il periodo delle migrazioni. A pagare le spese erano la quaglia, l’ortolano, la pernice, la tortora, la colomba, la gru, i tordi, che si vendevano infilati a collana (Marziale Epigr.III,47 e Xenia XIII,519. Gli uccelli presi, che sopravvivevano alla cattura, venivano poi ingrassati e potevano servire per la riproduzione nella prospettiva di un allevamento. Una caccia spietata l’aveva il beccafico, una specie di passero dalla carne molto delicata, per sua sfortuna, di cui gli antichi erano ghiotti (J.Andrè, L’Aliment.etc,1961). (continua).