CORONAVIRUS, LETTERA DI UN AVVOCATO NAPOLETANO GUARITO DAL VIRUS, CHE RINGRAZIA TUTTO IL PERSONALE MEDICO E INFERMIERISTICO PER L'ABNEGAZIONE E LA PROFESSIONALTA' MESSA IN CAMPO

LEGGETE TUTTO IL POST, POTREBBE ESSERE IMPORTANTE PER VOI
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Il post di questo avvocato napoletano, G.M. 50enne, che conosco solo indirettamente, perchè la moglie, di cui ricordo la bellezza e che ho conosciuto quando insieme a mia figlia partecipava a Miss Italia, mi ha colpito molto e commosso fino alle lacrime,  perchè adesso la stessa vicenda la sto vivendo personalmente: Il mio primo fratello a Roma è stato colpito dal maledetto covid, che lo tiene intubato al Gemelli da molti giorni, e solo adesso cominciamo a vedere la luce, grazie a leggerissimi miglioramenti che fanno ben sperare, e qui siamo nelle mani di Dio e del personale medico e infermieristico, che lo stanno curando al meglio...Ecco la lettera:

 

"Chi mi conosce sa che il mio senso di riservatezza mi porta a non scrivere ed a non dire sulla mia vita privata e sulla vita privata delle persone che amo.

Ora, però, ho il Dovere Morale di farlo.
Si tratta di una Missione che devo espletare. Potrebbe esserVi d’aiuto e, forse, evitarVi una esperienza drammatica come la mia.

Questo post è una testimonianza e non lo scrivo per raccogliere rallegramenti o compiacimenti a cui non sono interessato.
Lo scrivo per essere d'aiuto agli Altri. Lo scrivo con urgenza.

Ho riflettuto molto su come scriverlo.
Lo scriverò nudo, crudo e brutale, perché il mio intento è colpirVi alla mente con una fucilata lacerante e costringerVi a riflettere con profondità.

E’ un post lungo, ma confido nelle Vostre qualità intellettuali affinchè riusciate a leggerlo per intero…

In questa storia io non ho meriti, ho solo demeriti. Attenzione: non ho il demerito di avere contratto il COVID (cosa che poco importa), ma ho il demerito di avere compreso, poco o niente, sul senso delle cose e sul senso della Vita. In conseguenza, ho il demerito di non avere compreso le infinite relazioni “intelligenti” tra gli eventi.

Cominciamo con la narrazione dei fatti…

Ieri, dopo circa un mese, sono stato dimesso dal Cotugno, dove sono stato ricoverato per avere contratto il COVID con una polmonite bilaterale, con difficoltà respiratorie e con tutto il resto.

Ad un giorno dall’avvenuto ricovero, mi alzavo dal letto dell'ospedale per andare in bagno e mi rendevo conto che barcollavo. Sbandavo e sbattevo, con la mia spalla destra, fortemente, su una parete della stanza.
Accorrevano gli infermieri a soccorrermi.
Da questo momento, la mia vicenda procede in alternanza tra uno stato di coscienza e di incoscienza, sia per le difficoltà che avevo a causa della carenza di ossigeno e sia per la febbre alta che avevo.
Perciò, preciso che ho ricostruito i fatti ex post, perchè non sempre ho avuto consapevolezza e piena coscienza di me.
Non sempre ho avuto lucidità mentale.

Ebbene, dopo le prime mascherine di ossigeno (non fastidiose) peggioravano le mie condizioni respiratorie, fino a quando non mi applicavano una maschera d’ossigeno infernale (rumorosa, dolorosa e che comprimeva il respiro), che mai potevo togliere (neanche per un minuto), venendo alimentato per via endovenosa con una flebo. Questa maschera con un tubicino si collegava all’erogatore di ossigeno infisso, stabilmente, nel muro. Perciò, tutta la strumentazione dell'ossigeno mi costringeva, fermo, nel mio letto. Non potevo neanche andare in bagno.

Dopo questa maschera d’ossigeno infernale - se non avesse apportato miglioramenti alla mia respirazione - sarei finito intubato in terapia intensiva: cosa che ho seriamente rischiato per due lunghi giorni, consecutivi, del mio ricovero.
I medici, difatti, si stavano convincendo di mandarmi in terapia intensiva per intubarmi.
Non ricevevo miglioramenti.

Il mio microcosmo era un letto ove giacere immobilizzato (di fatto), una bottiglietta d’acqua con cannuccia (da infilare sotto la maschera d’ossigeno per bere), un pappagallo per pisciare ed un vasino su una sedia, accostata al tetto, per cacare.

La mia immobilizzazione (di fatto) - ripeto - era dovuta alla impossibilità di staccarmi dall’ossigeno: non dovevo mai togliere quella maschera infernale. Pena, la compromissione della terapia.
Tutto questo perché con questa bestia satanica del COVID, puoi peggiorare e precipitare nel giro di un minuto, mentre credi di resistere o credi di migliorare.

Con quella maschera d’ossigeno soffrivo come un cane lacerato e rantolante: il respiro affannoso; le narici interne asciutte e fredde fino ad uscirmi (spesse volte) il sangue dal naso (le uniche volte che toglievo la maschera per inserire nella narice l’ovatta emostatica od altro che mi fornivano gli infermieri); le labbra lacerate dall’ossigeno freddo (spaccate, completamente sbucciate); la totale assenza di salivazione per cui la lingua mi pareva si attaccasse al palato con la colla; la parte superiore del naso esterno (su cui poggiava la maschera d’ossigeno) ferita e dolorante per la forte e continua pressione della maschera d’ossigeno (stretta forte al capo, per giorni e giorni, onde evitare dispersione d’ossigeno) ed un rumore infernale che produceva l’ossigeno che mi tormentava, a tamburo battente, giorno e notte/giorno e notte/ giorno e notte, nonostante avessi i tappi nelle orecchie…

Poi, la febbre alta con tutti i suoi effetti. La diarrea che produce il Covid.

Alla sofferenza fisica s’aggiungeva uno stato psicologico di paura ed incertezza sul giorno seguente, come ben potrete comprendere.

Con quella maschera infernale, per tutto il giorno piangevo per stress e per commozione… Poi mi rendevo conto che il pianto mi comprimeva il respiro, e cercavo di controllarmi…
La commozione che produceva il pianto era dovuta alla circostanza che maturava in me la grande consapevolezza che avrei combattuto, strenuamente, fino all’ultimo respiro.
In ogni caso, avrei combattuto fino alla fine.
Dicevo a me stesso: “Non perdere il coraggio… Non lo perdere… Se perdi il coraggio perdi tutto… Devi combattere fino in fondo, fino all’ultimo respiro… Questa è la battaglia più importante della tua vita… Combatti… Combatti… Combatti…”.

Mentre scrivo, ancora mi si comprimono i polmoni perchè mi commuovo…

In una notte drammaticamente buia, sono profondamente convinto che ho rischiato di morire, rimanendo in bilico sul filo della lama almeno per un quarto d'ora…

Forse ero andato in apnea perché non riuscivo a respirare, o avevo un principio di infarto, o non saprei cos’altro…
Nella sofferenza, trovai la forza di muovermi nel letto, girarmi su me stesso e tirare con la mano il filo che attivava il suono d’emergenza. Mi soccorse, subito, l’infermiera, Sig.ra Rosa.

Ero in uno stato psicologico tra coscienza ed incoscienza e sentivo la Sig.ra Rosa dirmi: “Gianluca sei tutto rosso in viso! Che ti senti? Riesci a parlare?”. Ed io blateravo parole confuse... Poi prese un macchinario (non so cosa fosse…) me lo applicò su qualche parte del mio corpo (forse era, semplicemente, il saturimetro) e con le sue mani mi faceva una manovra ai polsi…

Ricordo che con le dita mi toccava, energicamente, alcuni punti precisi del polso destro… Ricordo anche che la Sig.ra Rosa, con apprensione ed estrema intensità, guardava lo schermo del macchinario e con una sua mano lo sollecitava, come se fosse un essere umano, dicendo: “ Vai… Vai… Sali…Sali…Sali…Forza… Sali…Alzati… Alzati… Sali...".
Ripresi a respirare.

Non so cosa mi avesse fatto la Sig.ra Rosa quella notte, ma ho la certezza assoluta (assoluta!) che mi abbia salvato la vita.
Senza quell’intervento sarei morto.

Forse, la sua presenza mi aveva soltanto rasserenato, ma io riprendevo a respirare come prima.

Mamma mia… Le notti… Le notti… Le notti… Le notti… Le notti.

Le notti erano più di un incubo!

In alcune di queste gli infermieri, con spirito missionario, mi soccorrevano e mi tenevano forte la mano, mi abbracciavano, mi parlavano, mi sostenevano…
Ricordo che una infermiera mi fissò negli occhi, forse mi vide piangere con sofferenza. e si commosse… Vidi le sue lacrime.
Per le bardature anticovid che indossavano, conosco solo gli occhi degli infermieri e non i volti interi…
I loro occhi emanavano una spirituale dolcezza.

Gli infermieri, di notte, mi hanno salvato la vita e di giorno mi hanno caricato psicologicamente e mi hanno trasmesso ulteriore determinazione. Io, li definisco i “Medici dell’Anima” (per distinguerli dai “Medici del corpo”) ed ho constatato che nel corso del loro lavoro, in loro, si incarna lo Spirito Missionario della grande Maria Teresa di Calcutta. Così è per i medici.
Gli infermieri mi hanno salvato la vita di notte; i medici mi hanno salvato la vita con le loro cure, e qui, mi riferisco anche ai medici che mi hanno curato con amore e dedizione estrema prima che andassi in ospedale; le persone che mi amano mi hanno salvato la vita con le loro preghiere.
Su tutti, ed operando in tutti, Dio mi ha salvato.

Ed ora, arriva la parte più importante della mia storia.

La notte dopo essere stato salvato dalla Sig.ra Rosa, mentre le mie condizioni peggioravano fino ad essere sul punto di essere trasportato nel reparto di terapia intensiva per essere intubato (circostanza che avrei appreso all’atto della dimissione dall’ospedale) mentre piangevo impaurito mi sono rivolto a Dio e gli ho detto, come se parlassi al mio papà: “Padre… Padreeee…Ti prego, ascoltami… Intervieni, Ti prego… Devi entrare in me e devi decretare la Tua vittoria sul Covid… Devi utilizzarmi per vincere… Padre, scaccia questo diavolo che è dentro di me… Padre Onnipotente, intervieni… Interiveni… Te lo chiedo.”.

La mattina successiva, dopo avere fatto l’emogas (uno strano prelievo di sangue eseguito ai polsi, molto doloroso, specie se ripetuto ogni santo giorno), entrava nella mia stanza la primaria, Dott.ssa Carolina Rescigno.
Nella sua badatura anticovid mi sembrava che per la contentezza saltellasse come una bimbetta di dodici anni… I suoi occhi erano ridenti, e mi disse: “Gianluca, Lei ha avuto un netto miglioramento. Sta procedendo bene!”.

Da quel giorno, iniziava la progressione della mia guarigione.

Ogni mattina, entravano dalla finestra della stanza le tre luci dell’alba (arancione, rosa e giallo: ho scoperto che nell'alba c’è anche il colore rosa!) e, piano piano, mi abituavo a sopravvivere alle notti buie.
Comprendevo che, in un modo o nell’altro, sopravvivevo alle mie notti infernali.
Sopravvivevo.
Questo mi conferiva forza, energia, grinta.
Mi dicevo: “Sotto questa cazzo di mascheraccia stai ancora respirando…Respi… Stai ancora respirando… Forza Gianluca… Non mollare…”.

Le mie condizioni miglioravano sempre di più, finalmente (Iddio soltanto, e nessun altro, può comprendere il significato di questo “finalmente”!) le maschere d’ossigeno mi venivano di volta in volta cambiate e divenivano sempre meno intense e più sopportabili. Erano, sopportabili… Amen.
E, finalmente, seppure tra le difficolta di riuscire a stare in piedi, potevo anche iniziare a mangiare ed andare in bagno (perché potevo togliere per brevi lassi di tempo le meno intense maschere d’ossigeno).
Andavo in bagno e potevo chiudere la porta per fare i miei bisogni: che vittoria strepitosa, per me! Che vittoria…

Però, come anticipato, mi rendevo conto che avevo difficoltà a stare in piedi perché oltre alla mia voce, erano anche completamente spariti i miei muscoli delle gambe: non c’erano più. Semplicemente, non c’erano: le mie gambe ed i miei polpacci erano pelle penzolante anche perchè, frattanto, perdevo velocemente peso.

Perciò, nella stanza d’ospedale, piano piano, ho dovuto imparare, di nuovo, a camminare… Contestualmente, ho dovuto imparare, di nuovo, a respirare senza maschere d’ossigeno, piano piano…
Oggi, e per i prossimi giorni, ancora dovrò esercitarmi, continuando le mie cure di mantenimento e facendo i miei esercizi di respirazione.

Potendo, finalmente, stare in piedi, ed avendo un filo di voce (sebbene fievolissimo e ad intermittenza) potei mandare il primo messaggio vocale (via whatsapp, nel gruppo di famiglia) a mamma ed ai miei fratelli, e dissi, commosso e con poca voce: “Vi voglio bene".
Null’altro potei dire, null’altro avevo la forza di dire e null'atro volli dire.

Dopo qualche giorno, era finalmente arrivato il momento di potere anche telefonare a mamma… Però, prima le scrivevo un messaggio su whatsapp: ”Mammina, ora ti telefono, però, per favore, non mi fare commuovere altrimenti vado in difficoltà con la respirazione”.
Mamma mi rispose:”Va bene”.
Con una voce ancora un pò rantolante, bassa e frammentata, parlai telefonicamente con mamma, dopo tanti giorni.

Ricominciavo a vivere dopo avere perso, per giorni, la dimensione dello spazio e del tempo.
Il tempo aveva una sua singolare scansione: scorreva circolare, non era una linea retta. Ma era, comunque, un tempo escatologico.
Iniziavo ad orientarmi nell’Universo.
Riprendevo le coordinate.
Camminavo nella stanza (sebbene a fatica), mangiavo, telefonavo anche a papà, a mia moglie ed ai miei fratelli.
Whasappavo con i miei amici e con i miei parenti che pregavano (anche loro) per me, e mi sostenevano con impegno e dedizione commovente. Avvertivo, sempre, la loro energia positiva.
Potevo guardare dalla finestra e mi rendevo conto che fuori c’era tanto verde…. C’erano alberi ed uccelli…
C’era il sole. Il sole. Il sole, cavolo!

Ed è qui che interviene un'altra parte importante della mia storia, per chi sarà in grado di comprenderla.
Ogni giorno che guardavo la Natura, attraverso la finestra, avevo la sensazione di conoscere quei luoghi, ma non comprendevo…
Non riuscivo a ricordare!

Dopo alcuni giorni, sempre guardando attraverso la finestra, fissavo con intensità un grande spazio verde - un enorme prato - e scorsi degli spalti…
Degli spalti di un piccolo stadio di calcio, ma sul prato non c’erano più le porte!
Poi guardai bene la chioma di un grande pino… La osservai intensamente e con occhi diversi… Conoscevo quel pino… Ebbi una illuminazione… Compresi: tutto si legava in una relazione “intelligente”: dalla finestra della mia stanza d’ospedale, mentre i miei polmoni erano sventrati dal COVID, riconoscevo il campo di calcio dove mia allenavo da ragazzino, allorquando militavo nei “giovanissimi” del Napoli Calcio ed avevo polmoni d’acciaio.
Chiesi ad un infermiere se quello che si vedeva dalla finestra fosse - meglio: fosse stato - il campo di calcio dei Vigili Urbani. E l’infermiere mi rispose affermativamente.
Nella mia mente altri ricordi di quella esperienza calcistica si legavano fra loro agli eventi presenti, attraverso una sorta di “Spirito Intelligente” (vd., più o meno, Jung od anche Rol)…
Iniziavo a comprendere.
Il momento della mia migliore respirazione polmonare - quando giocavo a calcio su quel campetto che vedevo dalla finestra della mia stanza d’ospedale - si relazionava, dopo molti anni, con il momento della mia peggiore respirazione polmonare.
Lo Sport (la Vita; i polmoni d'acciaio) e la prospettiva della morte (il Covid; i polmoni sventrati).

Tutto si legava e comprendevo che la mia malattia del Covid era la più grande delle Lezioni Esistenziali che mi fosse mai state impartite dalla Vita.
Schiaffi in faccia, benedetti, per non avere compreso le Lezioni pregresse, pur avendo (non per miei meriti) tutti gli strumenti idonei alla ricerca.

Compresi che avrei dovuto rielaborare parte del mio “Io”: il Covid, come momento di contraddizione al mio “Io”, per giungere ad una sintesi differente e superiore.

Ad ogni modo, miglioravo progressivamente, fino a negativizzarmi al Covid.
Poi, il rientro a casa che vedete nel video che ho voluto condividere con Voi per rafforzare il contenuto di questo mio post.

Quando sono entrato in ospedale ero obeso. Ho perso 13 Kili in circa un mese di tempo (oh… Peso, ancora tanto, sia chiaro!).
I mie polsi sono martoriati per gli innumerevoli e dolorosi emogas che ho fatto.
Le mie braccia sono piene di lividi per gli innumerevoli prelievi.
Le mie vene sono tutte rotte, al punto tale che, sul finire dei miei giorni in ospedale, gli infermieri non riuscivano più ad applicarmi nelle vene la farfallina (credo si chiami così…Non confondete, mi raccomando! Parlo della “farfallina” per la terapia endovenosa!) chiedendomi di proseguire le cure per via orale.

Nonostante ciò, ho ancora un corpo che respira…

Il mio corpo, ora, è come una casa ridotta a brandelli, perché sventrata dal COVID.
Le fondamenta, però, non hanno ceduto. Non hanno ceduto. Non hanno ceduto. Non hanno cedutooooooooo.

Ma quello che più mi interessa è che su una su un brandello di muro di una qualsiasi parete del mio corpo sventrato, consapevolmente, posso scrivere: “IDDIO IL MISERICORDIOSO C’E’, E MI HA SALVATO LA VITA”.

Ora non posso dimenticare, anche se la mia mente tende a rimuovere e spostare nell’inconscio questa triste e dolorosa vicenda.
Ma io, non devo dimenticare. Non voglio dimenticare. Non posso dimenticare.

Sono un uomo più piccolo di ieri, consapevole di dovere rielaborare gran parte della mia visione del mondo, ma sono ancora vivo. E questo è tanto!

Devo ringraziare la Dott.ssa Rescigno, la Dott.ssa Pisapia e gli altri medici che mi hanno assistito.
Devo ringraziare tutti gli infermieri che mi hanno assistito, di cui non faccio nomi per la grande paura di dimenticarne anche uno solo! Sono stati tutti di vitale importanza per me. Sono stati i miei Angeli Custodi (espressione troppo corretta per risultare di maniera o abusata!).

Poi devo ringraziare un considerevole numero di persone che amo profondamente.
Non si tratta solo dei miei genitori, di mia moglie e dei miei fratelli. Si tratta anche di cugine e cugini, di zii e di amici che mi hanno aiutato in modo decisivo e determinante in modi diversi.
Per privacy, non farò i loro nomi perché ho il timore che non gradirebbero. Loro, quando leggeranno, capiranno che sto parlando di Loro.

Ho ricevuto tanto Amore da innumerevoli persone.
Un Amore intenso ed operoso. Non comprendo il perché di tanto Amore!

Ringrazio Dio.

Fine…
Questa è la mia storia.
Fatene ciò che volete: deridetela, cestinatela, fatela diventare una barzelletta.
Però, in fondo al mio cuore, spero di essere riuscito nella mia Missione, perciò, spero che questa mia storia possa essere oggetto di Vostra profonda riflessione.
Spero, soprattutto, che possa esserVi utile.

Il mio Dovere Morale era raccontarla, e l’ho scritta di getto ed in pochissimi minuti, avendola chiara nella mente ed avendola ancora cocente sul corpo a causa dei postumi.
Grazie per avere letto. Vi abbraccio tutti.

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P.S.: Tranquilli tutti, sto bene anche se continuo le mie cure ed i miei esercizi di respirazione. Sono solo un pò stordito. Sono negativo al Covid, ma devo gestirne i postumi.

Mi scuso se non sto rispondendo alle Vostre telefonate. Abbiate pazienza: desistete, mi farò vivo io.

Ai messaggi whatsapp, però, continuerò a risponderVi: essi risultano a me graditissimi, graditissimi.

I medici mi hanno consigliato anche una ventina di giorni di riposo.
Mi comprenderete.
Grazie a tutti".