STORIE DI MEZZO, POMPEI SCAVI: IL GIOCO D’AZZARDO DALL’ANTICHITA’ AD OGGI – I PARTE

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I Greci e i Romani non conoscevano il gioco del lotto; ma per poter guadagnare soldi senza lavorare facevano parecchi giochi, che quasi sempre diventavano giochi d’azzardo.

Famosa presso i Greci era la lotta dei galli; anche oggi vediamo questo combattimento nei paesi dell’America Latina. Essi appartenevano a razze pregiate allevati nella Maesia, e pochi giorni prima del combattimento li facevano diventare più feroci nutrendoli di aglio. Poi, subito prima del combattimento si armavano le loro zampe con speroni di ferro affilato e si mettevano l’uno di fronte all’altro. Prima del combattimento si accettavano le scommesse che per lo più erano grandi somme di denaro. Sui vasi greci e nella Casa dei Vetti dono dipinti queste lotte dei galli.

Lo stesso Temistocle per celebrare la vittoria di Salamina volle istituire la festa dei galli con i loro combattimenti. Ancora presso i Greci e presso i Romani, e quindi presso i Pompeiani, vi erano giochi che procuravano denaro senza lavoro, e dunque erano giochi d’azzardo.

Si facevano scommesse innanzitutto con il gioco dei dadi, che tutti amavano con passione, ma che le leggi vietavano severamente se la posta era in denaro. Il gioco dei dadi portava a vincere, ma anche a perdere rapidamente.

Augusto racconta di aver perduto al gioco 20.000 sesterzi; Nerone puntava al minimo 400 sesterzi per ogni gettata di dadi. Ma il più patito del gioco dei dadi era l’imperatore Claudio. Che giocava persino quando era in viaggio: fece adattare la tavola alla parete del carro. Scrisse persino un libro sui giochi d’azzardo. Tutto questo si legge nella vita dei dodici Cesari di Svetonio. Tacito considera quella passione frenetica del gioco come una caratteristica particolare della Germania.

Il poeta Giovenale chiama pazzia quella dei giovani che perdono cento sesterzi al gioco e lasciano che il servo tremi dal freddo perché non vi sono i soldi per comprare una tunica. E così Giovenale ricorda anche molti che perdettero al gioco tutta la loro sostanza, così come anche oggi avviene per molte famiglie.

Insieme ai dadi vi era anche il gioco degli astragali che non avevano sei facce come i dadi, ma quattro. Sia i dadi che gli astragali si gettavano sui tavoli non con le mani, ma con un piccolo bicchiere chiamato “fritillus”, “pyrgus”, “turricula”, “phimus”. La faccia con uno era chiamata la “faccia del cane”; quando si faceva il massimo dei punti si diceva che il giocatore aveva fatto il “colpo di Venere”. Il gettare i dadi con le mani offriva anche l’occasione di barare. La tavola di gioco si chiamava “alveus, tabula aleatoria”. I dadi erano d’osso o d’avorio e qualcuno era anche falsificato all’interno. Quando si gettavano i dadi o si invocava il nome della propria donna o quella di una divinità. Con il nome “alea”, non si indicava il dado o l’astragalo, ma solo l’atto del gettare, ovvero il gioco d’azzardo vero e proprio.

Con i giochi d’azzardo la legge romana era particolarmente severa; li proibiva consentendoli solo durante i Saturnali, le feste di tipo carnevalesco, durante le quali c’era libertà e allegria per tutti.

I debiti di gioco non erano riconosciuti per cui chi aveva vinto non poteva costringere il perdente a pagare, anzi la legge riconosceva al debitore il diritto di richiedere giudizialmente quanto avesse pagato durante il gioco. Questo succedeva poche volte; in pratica si pagava per timore di rappresaglie. (continua).