STORIE DI MEZZO, POMPEI SCAVI: IL GIOCO D’AZZARDO DALL’ANTICHITA’ AD OGGI – II E ULTIMA PARTE

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Un altro gioco era il “ludus latrunculorum”, il gioco dei soldati, che era una specie di dama odierna, ed anche qui si puntava sui giocatori. Ma molto importanti erano le scommesse che si facevano sui cavalli nelle corse al circo Massimo.

La città di Roma si divideva in 4 partiti. Ogni partito appoggiava un cavallo ed un fantino e così vi erano i rossi, i bianchi, i turchini ed i verdi.

L’imperatore Caligola scommetteva per i verdi e passava delle ore nelle stalle tra cavalli e cocchieri e vi mangiava pure, come dice Svetonio.

E così si scommetteva anche sui famosi gladiatori che combattevano nell’Anfiteatro. Per il vincitore ricchi premi in argento ed oro, per il perdente quasi sempre la morte.

Bisogna però dire che i romani conoscevano le lotterie, che si facevano per lo più nei banchetti.

L’imperatore Augusto introdusse il gioco della lotteria tra i suoi invitati al banchetto. Ogni invitato pagava un medesimo prezzo e poi nella sala venivano esposti  gli oggetti da assegnare che erano però tutti avvolti in una tela e quindi non si conoscevano. Col sorteggio succedeva che alcuni venivano a prendere oggetti di nessuno o poco valore, mentre altri guadagnavano oggetti preziosi, come quadri di pittori greci.

Per il gioco del  lotto, come si gioca oggi, bisogna aspettare in Italia il 21 Dicembre del 1389 e precisamente a Roma.

Una bolletta del lotto ci dice però che allora si giocavano solo ambi e terni.

Nel 1538 il gioco venne importato in Francia dalla fiorentina Caterina dei Medici, che andò in sposa ad Enrico II, futuro Re di Francia. Il gioco era praticato pubblicamente senza autorizzazione, era cioè clandestino.

Il Re Francesco I, con il suo editto, proibì il gioco non autorizzato perché dava motivo a scandali e risse e perché i nobili, i borghesi e i commercianti erano inclini a giochi dissoluti, in cui consumavano tutti i loro beni e le loro sostanze.

Il gioco del lotto divenne un monopolio del nobile Giovanni Laurent, mediante pagamento di un canone annuo di 2000 lire tornesi. Spettava a Giovanni Laurent stare attento che il lotto non si giocasse di nascosto.

Ma il vero gioco del lotto con il tabellone con i numeri si avrà a Genova nel 1576. I senatori e le altre cariche politiche della città venivano sorteggiate con i numeri. Poi, per fare la dote alle fanciulle povere venivano presi novanta oggetti con novanta numeri. Ogni numero veniva pagato in soldi e col guadagno si provvedeva alle doti delle fanciulle.

A poco a poco si stabilirono le vincite fino alla cinquina, come oggi, e tolta una parte per il Governo, si divideva il resto fra i vincitori.

A Napoli il gioco del lotto entrò nel 1682 e qui il Generale Garibaldi fu sconfitto dal lotto. Cacciati i Borboni, ed entrato a Napoli, egli giudicò il gioco incivile e con un suo decreto lo abolì nel 1860. Ma fu una legge non osservata: evidentemente il Dittatore non conosceva i Napoletani. Questi continuarono a giocare, come ancora oggi lo giocano, conoscendo a memoria la smorfia. (FINE)